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Narcisismo legato ad aggressività e violenza








Il narcisismo, sia patologico che "normale", è significativamente correlato ad aggressività, soprattutto in condizioni di provocazione, come essere insultati o ignorati.
Queste sono le conclusioni di uno studio meta-analitico condotto su 437 studi indipendenti, per un totale di 123 mila partecipanti.

Secondo i dati, la personalità narcisista sarebbe in correlazione sia con l'aggressione che con la violenza, e ciò avverrebbe soprattutto in condizioni di provocazione, ma si osserva anche senza provocazione diretta.

Tale correlazione compare in tutte le tre dimensioni del narcisismo: grandioso, vulnerabile, e di entitlement (supponenza), ma sorprendentemente, anche nel narcisismo non patologico, "normale".

L'aggressività riscontrata sarebbe di tutti i tipi (diretta, indiretta, fisica, verbale, bullismo...) e sia di funzione reattiva, cioè come risposta difensiva, che proattiva, cioè volta a dominare l'altro a proprio vantaggio. Lo studio suggerisce il narcisismo come possibile fattore di rischio per aggressioni e violenza.

Fonte:
📄 ¹ Kjærvik, S. L., & Bushman, B. J. (2021). The link between narcissism and aggression: A meta-analytic review. Psychological Bulletin. Advance online publication.

L'obbedienza all'autorità giustifica la violenza? L'esperimento di Milgram







La giustificazione che i nazisti, nel processo di Norimberga, riferirono come difesa per le atrocità commesse fu "l'obbedienza" agli ordini.
Lo psicologo Stanley Mmilgram, dell'università di Yale, decise per questo motivo di verificare scientificamente tale ipotesi.
I soggetti dell'esperimento avevano il compito (in realtà un pretesto) di sottoporre delle prove linguistiche al partecipante (in realtà un attore) che, se sbagliava, avrebbe dovuto ricevere delle scariche elettriche sempre più alte a ogni errore commesso. Il soggetto aveva quindi il compito di somministrarle personalmente.
Le scariche erano finte. In accordo con gli sperimentatori, l'attore gridava e si agitava all'aumentare dell'intensità. Quando il soggetto "insegnante" esitava, veniva incoraggiato a continuare dallo sperimentatore, vestito con un camice grigio che ne rappresentava lo status di autorità. Fino a che punto si sarebbero spinti i soggetti nel far soffrire l'altro?
Ben 2/3 dei partecipanti arrivarono a somministrare la scarica più forte (450v)! Tutti gli altri arrivarono a 300v, prima di rifiutare di continuare.
Ciò accadrebbe quando la responsabilità dell'azione non è propria, ma la assume qualcun altro, come appunto una autorità riconosciuta.

Di fatto, le condizioni dell'esperimento sono molto diverse da quelle in cui si sono verificati i crimini nazisti, tra i quali figurano la deumanizzazione e il raggiungimento di precisi scopi sadici.
Dallo studio, però, si evince la facilità con cui le persone possono arrivare a compiere del male.

Questo dovrebbe far riflettere su quanto sia importante, per individui che ricoprono dei ruoli istituzionali e di potere, come le forze dell'ordine, avere un pensiero critico individuale, che possa anche portarli a rifiutarsi di commettere azioni che vanno contro la propria coscienza e i propri valori.

Gli effetti dell'alcol su cervello e comportamento


Farsi una birra con gli amici può anche essere innocuo, e come per la maggior parte delle cose, l’uso moderato e responsabile può evitare di sperimentare gli effetti negativi. ma l’alcol, sebbene venga utilizzato da millenni, è in realtà una sostanza più dannosa di quanto si pensi. Secondo i dati rilevati dall’OMS¹, il 5.3% delle morti in tutto il mondo sono attribuite all’alcol.
Tipicamente, l’alcol agisce inizialmente donando euforia, attraverso un aumento dei livelli di dopamina, dopodiché subentra l’azione inibitoria mediata dai recettori GABA. Ci si sente quindi più rilassati, le paure si “sciologono”, talvolta questo effetto convince erroneamente chi soffre di ansia che l’alcol sia una specie di “medicina”. Tuttavia, sentendocisi meno tesi, si tende anche a sottovalutare i pericoli. In chi ha un temperamento irascibile, inoltre, l’aggressività aumenta in seguito all’assunzione di alcol².

Le abilità sociali vengono alterate dopo l’assunzione di qualche bicchierino. L’alcol agisce infatti su alcuni circuiti particolari, che comunicano con la corteccia prefrontale, l’amigdala, e la giunzione temporo-parietale. Ciò significa che se si è alticci è possibile fraintendere le parole e le azioni degli altri, a causa dell’incapacità nelle connessioni neuronali di funzionare adeguatamente.

L’alcol è risultato responsabile¹ del 18% dei suicidi, del 18% delle violenze interpersonali, e del 27% dei traumi da incidenti automobilistici. Ma anche del 48% delle cirrosi epatiche, del 26% dei tumori alla bocca (Freud stesso ne fu colpito, forse a causa degli innumerevoli sigari!), del 26% delle pancreatiti. L’alcol ha un ruolo anche nella tubercolosi, nel carcinoma del colon-retto, nel cancro al seno, nell’epilessia. L’equilibrio viene compromesso, così come i tempi di reazione: se si è alla guida, si tende a frenare troppo tardi davanti a un pericolo.
Molti pensano che l’alcol sia un ottimo rimedio per l’insonnia: niente di più sbagliato. Anche se l’effetto deprimente dell’alcol ci rende sonnolenti, in realtà ad avere la peggio è il sonno REM, cioè il sonno profondo che ci ristora, che con l’alcol viene bloccato.³

La ricerca mostra da anni come l’alcol sia tra le più pericolose delle droghe. Per esempio, in uno studio³ che annovera le sostanze più dannose (combinazione di danno per sé e per gli altri), le prime in classifica risultano: alcol, eroina, crack, cocaina, metamfetamine, tabacco e amfetamine.

 tratto da van Amsterdam et al. (2015)



Fonti: 
¹ https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/alcohol
² Giancola, P. R., & Parrott, D. J. (2008). Further evidence for the validity of the Taylor aggression paradigm. Aggressive Behavior: Official Journal of the International Society for Research on Aggression, 34(2), 214-229.
³ https://www.sleepfoundation.org/articles/how-alcohol-affects-quality-and-quantity-sleep
4 van Amsterdam, J., Nutt, D., Phillips, L., & van den Brink, W. (2015). European rating of drug harms. Journal of Psychopharmacology, 29(6), 655-660.

Le dichiarazioni del presidente APA in seguito alle stragi



Il presidente dell’APA, l’American Psychological Association, ha rilasciato il 4/08/2019 le seguenti dichiarazioni in merito alle stragi a El paso, Texas e Dayton, Ohio. Sul sito dell’APA¹ si può leggere il testo originale, di cui riporto una mia traduzione:

“Le nostre condoglianze vanno alle famiglie e agli amici di coloro che sono stati assassinati o feriti in queste orribili sparatorie, e agli americani colpiti quotidianamente dagli orrori gemelli che sono l’odio e la violenza armata. “Mentre la nostra nazione cerca di elaborare ancora una volta l’impensabile, appare più chiaro che mai che stiamo affrontando una crisi sanitaria pubblica di violenza armata alimentata da razzismo, bigotteria, e odio. Il facile accesso ad armi d’assalto e a una retorica dell’odio costituiscono una combinazione tossica. Le scienze psicologiche hanno dimostrato che il contagio sociale – cioè la diffusione di pensieri, emozioni e comportamenti da una persona all’altra e tra gruppi più ampi – è reale, e potrebbe rappresentare un fattore coinvolto, perlomeno nella sparatoria a El Paso.

“Tale sparatoria è al momento sotto inchiesta come crimine d’odio, come dovrebbe essere. Le scienze psicologiche hanno dimostrato il danno che il razzismo può infliggere ai suoi obiettivi. È stato dimostrato che il razzismo induce effetti negativi a livello cognitivo e comportamentale sia su bambini che adulti, nonché aumenta ansia, depressione, pensieri autolesionisti e comportamenti di evitamento.

“Incolpare regolarmente delle stragi la malattia mentale è un’azione infondata e stigmatizzante. La ricerca ha dimostrato che solo una percentuale molto piccola degli atti violenti viene commessa da persone che hanno una diagnosi di malattia mentale o che stanno ricevendo un trattamento relativo a tale malattia. I tassi di malattia mentale sono pressoché gli stessi in tutto il mondo, ciò nonostante gli altri paesi non stanno sperimentando questi eventi traumatici così spesso come noi [americani]. Un fattore critico è l’accesso e la portata letale delle armi che vengono utilizzate in questi crimini. Aggiungere razzismo, intolleranza e bigotteria al mix costituisce una ricetta per il disastro.

“Se vogliamo affrontare la violenza armata che sta facendo a pezzi il nostro Paese, dobbiamo mantenere l’attenzione sul trovare soluzioni basate sulle prove. Ciò include restringere l’accesso alle armi per le persone a rischio di violenza, e lavorare con psicologi e altri esperti per trovare soluzioni all’intolleranza che sta infestando la nostra nazione e il dialogo pubblico.”
 

Link: ¹ https://www.apa.org/news/press/releases/2019/08/statement-shootings

La rabbia responsabile di infiammazioni e malattie croniche


Un nuovo studio mette in guardia dai rischi della rabbia: potrebbe provocare lo sviluppo di infiammazione e malattie croniche. :angry::fire:😠🔥🤒

Nello studio¹, condotto dall’APA, l’American Psychological Association, gli sperimentatori hanno verificato se esperienze di rabbia e tristezza fossero associate a specifici biomarker di infiammazione cronica lieve, ovvero l’interleuchina 6 (IL-6), la protecina C reattiva (PCR), e al numero di malattie croniche. La ricerca è stata condotta su un campione di 226 persone di età compresa tra i 59 e i 93 anni.
I risultati hanno mostrato che la rabbia è in grado di predire in anticipo livelli più alti di IL-6 e di malattie croniche, principalmente in età avanzata.
Un aumento degli stati infiammatori può portare a una serie di condizioni anche serie, come lo sviluppo di malattie cardiache e artrite.


Fonti:
¹ Barlow, M. A., Wrosch, C., Gouin, J. P., & Kunzmann, U. (2019). Is anger, but not sadness, associated with chronic inflammation and illness in older adulthood?. Psychology and aging, 34(3), 330.

Media violenti: l'influenza dei contenuti violenti sul comportamento

Sul numero di dicembre 2018 di Psicopuglia, la rivista dell'ordine degli psicologi della Puglia, è possibile leggere il mio articolo sugli effetti dei media violenti sul comportamento. 🎮📺 La rivista è scaricabile gratuitamente dal sito dell'ordine, insieme agli altri volumi: https://www.psicologipuglia.it/psicopuglia.htm 
Da questo link si può invece scaricare direttamente il numero di dicembre.
L'articolo è a pagina 160. 📖

Il caldo ci rende stupidi e aggressivi?


                                           
La temperatura gioca un ruolo importante nella nostra vita, al punto da influenzare il modo in cui ci comportiamo e pensiamo. #psicologia #neuroscience #neuroscienze #scienza #violenza #cognizione

Un recentissimo studio di Jose Guillermo Cedeño-Laurent e colleghi¹ dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health, ha indagato quale fosse l’impatto differenziale della presenza o no di aria condizionata sul funzionamento cognitivo.
L’esperimento prevedeva la somministrazione di due test cognitivi al giorno, per 12 giorni, a un campione diviso in due gruppi di studenti di circa 20 anni: un gruppo aveva l’aria condizionata negli alloggi, l’altro gruppo no.
I risultati hanno mostrato deficit cognitivi nelle prove degli studenti privi di aria condizionata (tempi di risposta più lunga, minore accuratezza). Questo è un campanello d’allarme: le condizioni ambientali, sia domestiche, lavorative, scolastiche, sono cruciali nel benessere e nella produttività individuale. Questo significa che un’aula afosa non aiuta lo studente ad apprendere, così come un ufficio caldo o un sole rovente all’aperto non permettono di dare il massimo a lavoro.

Gli effetti del caldo sulle persone hanno attirato l’interesse dei ricercatori da lungo tempo.
Uno studio del 2000 di Anderson e colleghi² ha studiato il ruolo del surriscaldamento, basandosi sui dati di archivio di crimini violenti negli Stati Uniti in 48 anni (dal 1950 al 1997). I risultati mostrano come un aumento di 2°F aumenterebbe il tasso di omicidi e aggressioni di 9 casi ogni 100.000 abitanti.
Questi dati ci aiutano a inquadrare eventi e comportamenti alla luce di uno dei tanti fattori che possono influenzarli, vale a dire la temperatura, e a prendere, di conseguenza, provvedimenti.


Fonti:
¹ Laurent, J. G. C., Williams, A., Oulhote, Y., Zanobetti, A., Allen, J. G., & Spengler, J. D. (2018). Reduced cognitive function during a heat wave among residents of non-air-conditioned buildings: An observational study of young adults in the summer of 2016. PLOS Medicine, 15(7), e1002605.
² Anderson, C. A. (1989). Temperature and aggression: ubiquitous effects of heat on occurrence of human violence. Psychological bulletin, 106(1), 74.