I videogiochi violenti multiplayer, nello specifico Fortnite, potrebbero
favorire la cooperazione e l'aiuto piuttosto che la violenza.
Uno
studio è giunto a tali conclusioni confrontando il comportamento di 845
studenti delle elementari in seguito a sessioni di Fortnite o Pinball.
📊
L'esperimento prevedeva una condizione in cui si chiedeva quanto
volessero spendere, del premio in denaro, in beneficenza, e un'altra in
cui lo sperimentatore chiedeva al soggetto se volesse trattenersi per
aiutarlo negli esperimenti, e per quanto tempo.
Il gruppo che
aveva giocato al gioco violento Fortnite tendeva a mostrare con più
probabilità comportamenti prosociali rispetto a chi aveva giocato al
gioco neutro Pinball, donando più soldi o prestando più aiuto agli
sperimentatori.
I ricercatori ipotizzano che, oltre al ruolo
cooperativo del gioco, ciò possa essere dovuto alle emozioni positive
indotte dal godimento del gioco in sé, sebbene violento.
Ho parlato dell'influenza dei media violenti sul comportamento nella rivista Psicopuglia n°22 (link in bio su linktree).
Fonte:
📄
Shoshani, A., & Krauskopf, M. (2021). The Fortnite social paradox:
The effects of violent-cooperative multi-player video games on
children's basic psychological needs and prosocial behavior. Computers
in human behavior, 116, 106641.
Fortnite favorisce comportamenti prosociali
Ricordi distorti dal numero di 'mi piace'
L'emozione di un evento o un ricordo condiviso sui social può dipendere dal numero di like ricevuti. Un'indagine ha rilevato queste e altre esperienze comuni a diversi utenti dei social, attraverso dei focus group.
Alcune persone apprezzano questi "promemoria" suggeritici dai social, altri li trovano inquietanti e invasivi.
Per alcuni, i ricordi devono essere "convalidati" dai like, come se gli altri diventassero giudici del valore di quel ricordo. Si diventa quindi schiavi del parere altrui.
Per altri, se il post di una particolare esperienza non riceve abbastanza like, questa delusione diviene parte stessa di tale esperienza!
Ciò porterebbe alcuni ad astenersi dal postare ricordi cari, proprio per paura di rovinarli con la delusione di scarsi 'mi piace'.
In altri casi invece i ricordi sono così spiacevoli che alcuni utenti affermano di "scorrere velocemente" per non riviverne l'angoscia.
Diverse ricerche hanno rilevato come i social network permettono di combattere l'isolamento sociale e di ricevere supporto morale semplicemente attraverso le interazioni con gli amici. Come ogni strumento, però, un utilizzo malsano (come l'abnorme ansia del giudizio o delle metriche come i like) può invece incidere negativamente sulla salute mentale.
Fonte:
📄 ¹ Jacobsen, B. N., & Beer, D. (2021). Quantified Nostalgia: Social Media, Metrics, and Memory. Social Media+ Society, 7(2), 20563051211008822.
Video - Miti e bugie sociali
Quante volte ci siamo sentiti giù o in ansia per un'idea che poi abbiamo
scoperto essere falsa o catastrofica? Eppure crediamo spesso a un sacco
di miti che ci tramandano la famiglia o la società, miti però già
smentiti. Eccone alcuni.
📖 Il libro di Steven Pinker, "Illuminismo adesso" https://it.wikipedia.org/wiki/Illuminismo_adesso
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I memi depressivi come possibile aiuto terapeutico per la depressione
Chi è appassionato di memi su internet, contenuti spesso visivi che veicolano messaggi generalmente divertenti o situazioni e stati d’animo comuni con cui identificarsi, si sarà imbattuto in tipi di comicità a tinta depressiva. In genere si tratta di autoironia, non sempre condivisibile naturalmente, ma ad ogni modo facilmente riconoscibile rispetto alle proprie o altrui esperienze di vita.
Un recente studio¹ ha verificato l’ipotesi secondo cui le persone depresse interpreterebbero in maniera diversa i memi con contenuti depressivi, rispetto a persone prive di tali sintomi. È noto infatti che le persone depresse tendano a dare interpretazioni congruenti con lo stato d'animo (e quindi in senso depressivo), soprattutto a stimoli salienti e ambigui.
Di conseguenza, un'immagine che vuole suscitare divertimento a partire da un contenuto depressivo, ci si aspetta che possa essere interpretata, da chi è depresso, in maniera depressiva, senza quindi l'aspetto umoristico. La diffusione dei memi depressivi però fa supporre che questo caso costituisca invece un'eccezione.
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| (Esempio di meme a contenuto neutro, la didascalia recita: "Ci ha visto dare da mangiare alle anatre e ha cominciato a fingere di essere una di loro") |
In termini terapeutici, riconoscere che la situazione o lo stato d'animo che si sta vivendo è comune ad altre persone viene definita normalizzazione: una persona depressa non sente più di essere fatalmente colpita da un male unico e incurabile, ma notando che altri individui provano le stesse emozioni, prende le distanze da questa fusione angosciante e realizza di vivere una situazione comune a molte altre persone, e tale realizzazione tende ad alleggerire il pesante carico di sofferenza emotiva caratteristico della depressione.
Di conseguenza, l’interazione online porterebbe alla percezione di un supporto sociale, benefico nella riduzione dei sintomi depressivi.
Fonti:
¹ Akram, U., Drabble, J., Cau, G., Hershaw, F., Rajenthran, A., Lowe, M., ... & Ellis, J. G. (2020). Exploratory study on the role of emotion regulation in perceived valence, humour, and beneficial use of depressive internet memes in depression. Scientific Reports, 10(1), 1-8.
Videogiochi più salutari di social e TV
Recenti studi¹ hanno rilevato che in adolescenza lo screentime, cioè il tempo passato davanti a uno schermo, per vedere la TV o navigare nei social network, se superiore alla media, sarebbe correlato ad ansia e depressione, fino anche a finestra temporale di 4 anni.
Questa correlazione però non è indiscriminata, a dimostrazione che i media possono essere ottimi ausili, se usati con consapevolezza.
L’uso dei #videogame, infatti, non risulta significativamente correlato a difficoltà psicologiche. Sebbene esistano condizioni di isolamento e dipendenza da videogame, la ricerca ha mostrato tendenzialmente effetti positivi, per esempio sulla riduzione di sintomi depressivi².
Ciò è verosimilmente dovuto al fatto che la maggior parte dei videogame ha una componente interattiva con altre persone con cui si entra in relazione, sebbene non fisicamente. Tali relazioni diventano spesso amicizie che forniscono supporto sociale e psicologico reciproco.
Fonti:
¹ Boers, E., Afzali, M. H., & Conrod, P. (2019). Temporal Associations of Screen Time and Anxiety Symptoms Among Adolescents. The Canadian Journal of Psychiatry, 0706743719885486.
² Bessière, K., Kiesler, S., Kraut, R., & Boneva, B. (2004). Longitudinal effects of Internet uses on depressive affect: a social resources approach. Unpublished manuscript, Carnegie Mellon University, Pittsburgh, PA.
Non basta un mese del benessere psicologico
La salute mentale non è uno scherzo.
Purtroppo però in Italia la situazione non è delle migliori, complice anche una pressoché totale assenza di tutela da parte delle istituzioni. Anche quest'anno, l'Ordine degli Psicologi ha istituito il mese del benessere psicologico, che di fatto non si concretizza in nulla di pratico: l'Ordine delega ai singoli psicologi iniziative generiche che mirino alla sensibilizzazione nei confronti della salute psicologica. In pratica niente di concreto e, come se non bastasse, l'Ordine prende implicitamente il merito per il piccolo lavoro fatto dai liberi professionisti che suppliscono alle lacune del sistema. Non mi risulta neanche l'esistenza di una buona campagna pubblicitaria televisiva sui canali principali, magari col patrocinio del Ministero della Salute. Figuriamoci altre iniziative, che richiederebbero un maggior impegno sia creativo che economico.
Un'iniziativa sottilmente promossa dall'Ordine, al di là del generico "fornire informazioni", consiste nel primo colloquio gratuito. In realtà, l’Ordine dovrebbe vietare certe cose, altro che proporle, non per prese di posizioni politiche o interessi economici (anzi, la sanità dovrebbe essere tutta gratuita), ma per pura tutela del paziente (e del clinico).
Detto in altri termini: se pago l’abbonamento annuale in palestra, mi sentirò più “costretto” ad andarci, anche se una volta ogni tanto, perché ho già investito del denaro, e per dissonanza cognitiva non sopporto l’idea di aver buttato dei soldi inutilmente.
Al 2016 i medici in Italia risultavano 240.000 (più del doppio degli psicologi), di cui 185.650 specialisti e (al 2015) 53.610 medici di medicina generale (il medico di famiglia, per intenderci, da cui si va gratis), praticamente quanto gli psicoterapeuti. Eppure di questi tempi non si trova un medico specialista neanche a pagarlo, mentre di psicologi sembra ce ne siano “fin troppi”.
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| (Dirigenti ASL attempati alle prese con la tecnologia) |
Fa arrabbiare leggere articoli come questo, in cui lo stesso presidente afferma:
Nonostante ciò, però, "solo 1 cittadino su 10 con problemi di salute mentale accede ai servizi pubblici. Dobbiamo rifondare la consapevolezza di avere dei diritti - ha sottolineato Giardina -. Solo il 10-15% dei cittadini accede ai servizi pubblici» in materia di salute mentale e la rimanente parte si rivolge a istituti privati. E questo non è corretto, perché la tutela della salute è nella Costituzione".
La responsabilità di questo disagio ricade sulle istituzioni, quindi questo tipo di denuncia risulta non solo ipocrita, ma anche offensiva. È difficile accedere ai servizi pubblici, principalmente colpa dell'insufficienza di personale. E molte persone rinunciano a chiedere aiuto per questioni economiche, e non è giusto che i liberi professionisti facciano, gratuitamente (come spesso accade) o quasi, il lavoro che spetterebbe appunto ai servizi pubblici. Su questo tema, a fine post esprimo le mie personali posizioni ideologiche.
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Pic credits:
- L'immagine del pianeta terra sullo sfondo è opera di joshwarren
Social network, una trappola di stress e dipendenza
Usare i social per rilassarsi porterebbe a ulteriore stress e dipendenza da social network.📱👥🤯
Lo studio ha valutato le abitudini online di 444 utenti di Facebook sottoponendoli a una serie di sondaggi, per la durata di un anno. Le variabili analizzate includevano l'abitudine all'uso dei social network, la distrazione dal social network all'interno o all'esterno di esso, e la dipendenza da social.
Dai risultati emerge che l'utilizzo abitudinario di social network influenza in maniera negativa la relazione tra lo stress provocato dal social e la distrazione attraverso però l'utilizzo dello stesso.
Si verifica cioè un effetto paradossale, in cui il social network tende a stressare gli individui, che cercano una distrazione da tale stress, ma la trovano in un'altra attività offerta però all'interno dello stesso social network (per esempio, passando dalla visualizzazione dei post, a una chiacchierata in chat, a curiosare tra le attività degli amici, ecc.), instaurando così un circolo vizioso di stress e dipendenza. Si resta quindi intrappolati nel social network.
Per approfondire i meccanismi di dipendenza da social network, è possibile consultare il post del 29 novembre 2017 👉 "La dipendenza da social network spiegata in breve".
Fonti:
¹ Tarafdar, M., Maier, C., Laumer, S., & Weitzel, T. (2019). Explaining the link between technostress and technology addiction for social networking sites: A study of distraction as a coping behavior. Information Systems Journal.
L’inquinamento potrebbe renderci depressi e bipolari
Un nuovo studio mette in evidenza una correlazione tra inquinamento e aumento di disturbi neuropsichiatrici 🏭☠️ 🧠#psicologia #scienza #science #neuroscience #neuroscienze #depressione
Gli sperimentatori hanno eseguito un’analisi esplorativa sui dati provenienti dall’EPA, l’agenzia di protezione ambientale degli USA, riguardanti gli indici di qualità ambientale a livello locale, e sui dati a livello individuale di esposizione all’inquinamento raccolti in Danimarca. I due dataset sono indipendenti e molto ampi: 151 milioni di individui per gli USA, e 1.4 milioni per la Danimarca.
I dati sono stati utilizzati nello studio dell’associazione tra esposizione all’inquinamento e il rischio di sviluppo di disturbi neuropsichiatrici. Dai risultati si evince una significativa associazione tra l’inquinamento e l’aumento di disturbi neuropsichiatrici.
Secondi i ricercatori, gli agenti inquinanti potrebbero avere un impatto sul nostro encefalo agendo attraverso processi neuroinfiammatori già noti per causare, in modelli animali, fenotipi simil-depressivi.
Sono invece ampiamente comprovati gli effetti positivi su umore, stress, derivanti dal passare un po’ di tempo nella natura², al punto da migliorare anche le performance cognitive, come l’attenzione³.
Fonti:
¹ Khan A, Plana-Ripoll O, Antonsen S, Brandt J, Geels C, Landecker H, et al. (2019) Environmental pollution is associated with increased risk of psychiatric disorders in the US and Denmark. PLoS Biol 17(8): e3000353. https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000353
² Fredrickson, B., and Levenson, R. (1998). Positive emotions speed recovery from the cardiovascular sequelae of negative emotions. Cogn. Emot. 12, 191–220. doi: 10.1080/026999398379718
³ Berman, M., Jonides, J., and Kaplan, S. (2008). The cognitive benefits of interacting with nature. Psychol. Sci. 19, 1207–1212. doi: 10.1111/j.1467-9280.2008.02225.x
Chi manda più emoji ha una maggiore attività sessuale?
L’uso frequente di emoji nel corteggiamento sarebbe correlato a una maggiore attività sessuale #psicologia #sessuologia #scienza
L’ipotesi sarebbe confermata in due studi indipendenti. In uno, sono state analizzate le interviste a 5.327 single americani, etero, dai 17 ai 94 anni. Veniva chiesto loro se usassero o no emoji, e perché. Le motivazioni variavano dal voler dare più personalità ai messaggi, al comunicare più facilmente le emozioni, e rendere la comunicazione più rapida rispetto alla digitazione delle parole, ma anche perché va di moda.
La frequenza dell’uso delle emoji è risultata predire più primi appuntamenti in un anno, e anche una maggiore attività sessuale.
Nel secondo studio è stato svolto un sondaggio online a 275 adulti, dai 18 ai 71 anni. Questo campione era composto per la quasi totalità da persone che utilizzano le emoji.
Come nel primo, l’alto uso di emoji risultava connesso con una maggiore frequenza di rapporti, e un maggior numero di partner sessuali, in un anno.
Nonostante i risultati, è bene porsi il dubbio su alcune limitazioni a tali ricerche. Per esempio, il tipo di emoji usato potrebbe fare la differenza, e a ogni emoji potrebbe corrispondere una conseguenza diversa. Inoltre, gli sperimentatori si sono focalizzati su chi manda emoji, ma non su chi le riceve, e che tipo di reazioni suscitano.
Fonti:
¹ Gesselman AN, Ta VP, Garcia JR (2019) Worth a thousand interpersonal words: Emoji as affective signals for relationship-oriented digital communication. PLoS ONE 14(8): e0221297.
Media violenti: l'influenza dei contenuti violenti sul comportamento
Da questo link si può invece scaricare direttamente il numero di dicembre.
L'articolo è a pagina 160. 📖
Studio: i volti mascolini sono reputati più competenti
Grazie al nostro aspetto possiamo convincere gli altri ad assumerci, votarci, o acquistare qualcosa.

Ma secondo uno studio, un volto mascolino viene associato di più alla competenza, rispetto a uno femminile
#psicologia #società #percezione #neuroscienzeIn una precedente ricerca, i ricercatori avevano ottenuto un modello computazionale che riassumeva tutte le caratteristiche fisiche associate alla competenza, manipolabili grazie a software grafici.
In un primo esperimento, i ricercatori hanno fatto valutare a 33 partecipanti una serie di volti, chiedendo ad alcuni di loro quanto sembrassero competenti, mentre ad altri quanto sembrassero attraenti. In effetti, i volti manipolati graficamente per sembrare più competenti sono stati valutati come tali. Di conseguenza sono state eliminate le caratteristiche “attraenti” per evitare che il giudizio fosse basato su quel fattore.
In seguito a ciò, in un esperimento online ai partecipanti veniva chiesto di valutare, oltre alla competenza percepita, anche il sesso di un volto, tendevano a valutare le facce più competenti come maschili, e le meno competenti come femminili.
Quest’effetto è stato approfondito con un altro esperimento ad hoc, in cui delle immagini di persone erano state manipolate secondo diversi gradi di mascolinità, e le risposte dei partecipanti confermavano l’ipotesi dello studio.
Naturalmente, è molto improbabile che esista davvero una correlazione tra competenza e aspetto fisico. I risultati sembrano dimostrare invece quanto i pregiudizi sociali influenzino persino la percezione delle persone, portandoci a conclusioni completamente arbitrarie e, quindi, anche a scelte probabilmente sbagliate, sulla base di preconcetti della cultura di appartenenza.
Sebbene si tratti di processi cognitivi automatici, per contrastare questi errori di valutazione è necessario adottare un pensiero razionale e critico, ed esercitarlo costantemente.
Fonte:
Oh, D., Buck, E. A., & Todorov, A. (2018). Revealing Hidden Gender Biases in Competence Impressions from Faces.


















