Visualizzazione post con etichetta tecnologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tecnologia. Mostra tutti i post

Fortnite favorisce comportamenti prosociali





 

 I videogiochi violenti multiplayer, nello specifico Fortnite, potrebbero favorire la cooperazione e l'aiuto piuttosto che la violenza.
Uno studio è giunto a tali conclusioni confrontando il comportamento di 845 studenti delle elementari in seguito a sessioni di Fortnite o Pinball.

📊 L'esperimento prevedeva una condizione in cui si chiedeva quanto volessero spendere, del premio in denaro, in beneficenza, e un'altra in cui lo sperimentatore chiedeva al soggetto se volesse trattenersi per aiutarlo negli esperimenti, e per quanto tempo.

Il gruppo che aveva giocato al gioco violento Fortnite tendeva a mostrare con più probabilità comportamenti prosociali rispetto a chi aveva giocato al gioco neutro Pinball, donando più soldi o prestando più aiuto agli sperimentatori.

I ricercatori ipotizzano che, oltre al ruolo cooperativo del gioco, ciò possa essere dovuto alle emozioni positive indotte dal godimento del gioco in sé, sebbene violento.

Ho parlato dell'influenza dei media violenti sul comportamento nella rivista Psicopuglia n°22 (link in bio su linktree).


Fonte:
📄 Shoshani, A., & Krauskopf, M. (2021). The Fortnite social paradox: The effects of violent-cooperative multi-player video games on children's basic psychological needs and prosocial behavior. Computers in human behavior, 116, 106641.

Ricordi distorti dal numero di 'mi piace'





L'emozione di un evento o un ricordo condiviso sui social può dipendere dal numero di like ricevuti. Un'indagine ha rilevato queste e altre esperienze comuni a diversi utenti dei social, attraverso dei focus group.

Alcune persone apprezzano questi "promemoria" suggeritici dai social, altri li trovano inquietanti e invasivi.
Per alcuni, i ricordi devono essere "convalidati" dai like, come se gli altri diventassero giudici del valore di quel ricordo. Si diventa quindi schiavi del parere altrui.
Per altri, se il post di una particolare esperienza non riceve abbastanza like, questa delusione diviene parte stessa di tale esperienza!

Ciò porterebbe alcuni ad astenersi dal postare ricordi cari, proprio per paura di rovinarli con la delusione di scarsi 'mi piace'.
In altri casi invece i ricordi sono così spiacevoli che alcuni utenti affermano di "scorrere velocemente" per non riviverne l'angoscia.

Diverse ricerche hanno rilevato come i social network permettono di combattere l'isolamento sociale e di ricevere supporto morale semplicemente attraverso le interazioni con gli amici. Come ogni strumento, però, un utilizzo malsano (come l'abnorme ansia del giudizio o delle metriche come i like) può invece incidere negativamente sulla salute mentale.

Fonte:
📄 ¹ Jacobsen, B. N., & Beer, D. (2021). Quantified Nostalgia: Social Media, Metrics, and Memory. Social Media+ Society, 7(2), 20563051211008822.

Video - Miti e bugie sociali

Quante volte ci siamo sentiti giù o in ansia per un'idea che poi abbiamo scoperto essere falsa o catastrofica? Eppure crediamo spesso a un sacco di miti che ci tramandano la famiglia o la società, miti però già smentiti. Eccone alcuni.


📖 Il libro di Steven Pinker, "Illuminismo adesso" https://it.wikipedia.org/wiki/Illuminismo_adesso


ℹ️ Per aggiornamenti, informazioni scientifiche, video informativi, contenuti, memi e altro è possibile seguirmi sui social:
IG 📷 @federicorussopsi
FB 👥 @federicorussopsicologo
Sito: 🌍 psicologofedericorusso.it
Per appuntamenti (anche online) e info, anche via WhatsApp:📱 327 1582852
o via mail: 📧 federicorussopsi@gmail.com
📍Via G. Pappacoda, 2, #Manduria (TA)

 

 

I memi depressivi come possibile aiuto terapeutico per la depressione



Le “immaginette divertenti” su internet, i memi, possono avere un effetto terapeutico sui sintomi depressivi.
Chi è appassionato di memi su internet, contenuti spesso visivi che veicolano messaggi generalmente divertenti o situazioni e stati d’animo comuni con cui identificarsi, si sarà imbattuto in tipi di comicità a tinta depressiva. In genere si tratta di autoironia, non sempre condivisibile naturalmente, ma ad ogni modo facilmente riconoscibile rispetto alle proprie o altrui esperienze di vita.
Un recente studio¹ ha verificato l’ipotesi secondo cui le persone depresse interpreterebbero in maniera diversa i memi con contenuti depressivi, rispetto a persone prive di tali sintomi. È noto infatti che le persone depresse tendano a dare interpretazioni congruenti con lo stato d'animo (e quindi in senso depressivo), soprattutto a stimoli salienti e ambigui.
Di conseguenza, un'immagine che vuole suscitare divertimento a partire da un contenuto depressivo, ci si aspetta che possa essere interpretata, da chi è depresso, in maniera depressiva, senza quindi l'aspetto umoristico. La diffusione dei memi depressivi però fa supporre che questo caso costituisca invece un'eccezione.
(Esempio di meme con contenuto depressivo; il sacco contenente polistirolo riempitivo da imballaggi presenta la scritta "riempi vuoto", e la didascalia recita: "Non avevo idea potessi comprare questo, finora ho sempre usato l'alcol")

(Esempio di meme a contenuto neutro, la didascalia recita: "Ci ha visto dare da mangiare alle anatre e ha cominciato a fingere di essere una di loro")
Nonostante lo stile di umorismo negativo di questi memi, la loro natura socialmente inclusiva (“altre persone reagiscono allo stesso modo quindi provano ciò che provo io”), per le persone con sintomi depressivi potrebbe invece essere considerata in una luce positiva. 
In termini terapeutici, riconoscere che la situazione o lo stato d'animo che si sta vivendo è comune ad altre persone viene definita normalizzazione: una persona depressa non sente più di essere fatalmente colpita da un male unico e incurabile, ma notando che altri individui provano le stesse emozioni, prende le distanze da questa fusione angosciante e realizza di vivere una situazione comune a molte altre persone, e tale realizzazione tende ad alleggerire il pesante carico di sofferenza emotiva caratteristico della depressione.
Di conseguenza, l’interazione online porterebbe alla percezione di un supporto sociale, benefico nella riduzione dei sintomi depressivi.


Fonti:

¹ Akram, U., Drabble, J., Cau, G., Hershaw, F., Rajenthran, A., Lowe, M., ... & Ellis, J. G. (2020). Exploratory study on the role of emotion regulation in perceived valence, humour, and beneficial use of depressive internet memes in depression. Scientific Reports, 10(1), 1-8.

Videogiochi più salutari di social e TV


Recenti studi¹ hanno rilevato che in adolescenza lo screentime, cioè il tempo passato davanti a uno schermo, per vedere la TV o navigare nei social network, se superiore alla media, sarebbe correlato ad ansia e depressione, fino anche a finestra temporale di 4 anni.
Questa correlazione però non è indiscriminata, a dimostrazione che i media possono essere ottimi ausili, se usati con consapevolezza.
L’uso dei #videogame, infatti, non risulta significativamente correlato a difficoltà psicologiche. Sebbene esistano condizioni di isolamento e dipendenza da videogame, la ricerca ha mostrato tendenzialmente effetti positivi, per esempio sulla riduzione di sintomi depressivi².
Ciò è verosimilmente dovuto al fatto che la maggior parte dei videogame ha una componente interattiva con altre persone con cui si entra in relazione, sebbene non fisicamente. Tali relazioni diventano spesso amicizie che forniscono supporto sociale e psicologico reciproco.


Fonti:

¹ Boers, E., Afzali, M. H., & Conrod, P. (2019). Temporal Associations of Screen Time and Anxiety Symptoms Among Adolescents. The Canadian Journal of Psychiatry, 0706743719885486.
² Bessière, K., Kiesler, S., Kraut, R., & Boneva, B. (2004). Longitudinal effects of Internet uses on depressive affect: a social resources approach. Unpublished manuscript, Carnegie Mellon University, Pittsburgh, PA.

Non basta un mese del benessere psicologico


La salute mentale non è uno scherzo.
Purtroppo però in Italia la situazione non è delle migliori, complice anche una pressoché totale assenza di tutela da parte delle istituzioni. Anche quest'anno, l'Ordine degli Psicologi ha istituito il mese del benessere psicologico, che di fatto non si concretizza in nulla di pratico: l'Ordine delega ai singoli psicologi iniziative generiche che mirino alla sensibilizzazione nei confronti della salute psicologica. In pratica niente di concreto e, come se non bastasse, l'Ordine prende implicitamente il merito per il piccolo lavoro fatto dai liberi professionisti che suppliscono alle lacune del sistema. Non mi risulta neanche l'esistenza di una buona campagna pubblicitaria televisiva sui canali principali, magari col patrocinio del Ministero della Salute. Figuriamoci altre iniziative, che richiederebbero un maggior impegno sia creativo che economico.

Un'iniziativa sottilmente promossa dall'Ordine, al di là del generico "fornire informazioni", consiste nel primo colloquio gratuito. In realtà, l’Ordine dovrebbe vietare certe cose, altro che proporle, non per prese di posizioni politiche o interessi economici (anzi, la sanità dovrebbe essere tutta gratuita), ma per pura tutela del paziente (e del clinico).

Perché? Mettiamola così: poniamo che i primi colloqui si paghino regolarmente (e non stiamo definendo il tempo: un colloquio iniziale potrebbe durare anche fino a 2 ore, soprattutto se di coppia, magari facendo attendere a turno i coniugi in sala d’attesa per ascoltarli individualmente: in questo caso se lo psicologo si fa pagare la consulenza ma passano due ore, vale comunque come primo colloquio gratuito?). Nulla toglie che possa offrirti, per dire, il 2° colloquio, o il 5°. O due “controlli”, come follow-up, di breve tempo, la cui somma fa un’ora. O supporto via telefono, per esempio con note vocali di whatsapp (la cui somma potrebbe arrivare a 20, 30, 40 minuti), durante la settimana, come sostegno in una situazione particolarmente difficile in cui è difficile applicare le strategie concordate in seduta.
Se non sono motivato a iniziare un percorso psicologico, sapere di non aver investito alcuna somma di denaro mi allontanerà ancora di più dall’obiettivo, rinforzerà la mia resistenza a cambiare, e porterà a svalutare il lavoro dello psicologo (sia letteralmente, per la seduta gratuita, che metaforicamente, come dignità professionale).
Detto in altri termini: se pago l’abbonamento annuale in palestra, mi sentirò più “costretto” ad andarci, anche se una volta ogni tanto, perché ho già investito del denaro, e per dissonanza cognitiva non sopporto l’idea di aver buttato dei soldi inutilmente.
Allo stesso modo, come un otorino difficilmente sarebbe disposto a rimuovere gratuitamente tappi di cerume (operazione che richiede circa 10-15 minuti) nel "mese del benessere otorinolaringoiatrico", perché uno psicologo dovrebbe regalare addirittura 1 ora (o più), soprattutto se il paziente non tornerà più? Per quanti pazienti one-shot dovrà “sacrificarsi”?
La figura dello psicologo, già ampiamente svalutata dal sistema politico ed economico italiano, verrebbe solo ulteriormente sminuita -- cosa che, di fatto, è avvenuta e continua ad avvenire, a causa soprattutto di una mancanza di cultura in merito, nel nostro Paese.

Il problema degli Psicologi in Italia (diamo [un po’ di] numeri)
Amo la Psicologia, e ho amato ogni esame sostenuto. Ricordo la maggior parte delle nozioni di tutti gli esami, anche “meno importanti” per la pratica clinica (che siamo costretti ad affinare con le scuole di specializzazioni, tendenzialmente private e abbastanza costose). D’altronde, ad avvicinarmi alla Psicologia in adolescenza non è stata di per sé la clinica o la visione di film o serie TV, ma i contenuti di un libro del ‘73, nella libreria di famiglia, studiato decenni prima da mia madre all’università (“Psicologia come scienza del comportamento”, di Harlow e Thompson).
Fa male assistere all’impreparazione di colleghi o presunti tali, di cui molti “sciamani”, filosofi esoterici di strada, pseudo-maghi. Tanti ciarlatani insomma, che passano tranquillamente attraverso il presunto setaccio dell’Ordine che dovrebbe tutelarci. E che rovinano l’immagine intera della professione.

Stando ai dati forniti dall’Ordine, si possono contare (al 2018) un totale di 109.524 Psicologi in Italia, di cui 55.499 Psicoterapeuti.
Il tasso di di crescita è incredibile, passando da circa 29mila nel ‘98 a 109mila a oggi.

Troppi strizzacervelli in giro? Non proprio.
Al 2016 i medici in Italia risultavano 240.000 (più del doppio degli psicologi), di cui 185.650 specialisti e (al 2015) 53.610 medici di medicina generale (il medico di famiglia, per intenderci, da cui si va gratis), praticamente quanto gli psicoterapeuti. Eppure di questi tempi non si trova un medico specialista neanche a pagarlo, mentre di psicologi sembra ce ne siano “fin troppi”.
Io non credo che sia così.
I dati possono essere interpretati in mille modi, certo. Più dati si hanno a disposizione, più interpretazioni si possono dare. Mi sembra comunque importante fare le seguenti considerazioni:

1. Con il progresso della scienza, si ampliano i campi di ricerca e di applicazione. Se nel Medioevo il barbiere era anche il dentista (il prof. Barbero mi perdoni se dico eresie), oramai gli psicologi applicano le sempre più ampie conoscenze scientifiche in una pluralità di ambiti prima inimmaginabili: sport, comunicazione, politica, varie istituzioni pubbliche, sanitarie e sociali, difesa, educazione, ricerca scientifica in senso lato, dalle neuroscienze (disciplina incredibilmente multisfaccettata che rimanda a sua volta a diverse altre applicazioni) all’ingegneria, alle scienze sociali, medicina veterinaria, ecc.

2. In ambito sanitario, gli psicologi esistono da decenni, sebbene solo col passare degli anni l’organico ha avuto un aumento e una più corretta regolamentazione (vedasi in seguito). In paesi come l’Olanda esiste da 30 anni lo psicologo di base (Primary care psychologist), e in alcuni comuni in Italia è in corso la “sperimentazione” di tale progetto. Cosa ci sarebbe da sperimentare? I numeri parlano chiaro, istituire uno psicologo di base così come il medico di base aiuterebbe non solo a dare un posto agli psicologi nomadi a caccia di concorsi e lavori in tutta Italia, ma anche a migliorare un servizio sanitario che può già vantare, rispetto al resto del mondo, diversi meriti, oltre che eminenze del campo, nonché farebbe risparmiare all’erario quello spreco di denaro pubblico in cure inutili per malattie organiche inesistenti.

La credibilità della professione
Prima della legge del 18 febbraio 1989, n. 56, le cose erano molto diverse. Molti attuali dirigenti psicologi nelle ASL italiane si sono trovati in quel periodo, hanno sostenuto quindi meno esami (se non erro, un anno in meno di università prima della riforma del ‘99) rispetto a oggi, non hanno praticato l’anno di tirocinio propedeutico (istituito con la legge) e, se non sbaglio, secondo l’articolo 35 della suddetta legge, fino al ‘92-’93 alcuni psicologi hanno anche potuto autodichiarare sotto la propria responsabilità di avere un’adeguata formazione in psicoterapia, pur non avendo conseguito il diploma di specializzazione attualmente obbligatorio (dopo 4 anni di studi e in media 12-15mila euro di tasse totali)
Poco male in realtà. Quel che è peggio è che la legge ha consentito di conseguire il titolo anche ai medici che, bypassando i 5 anni di Psicologia possono direttamente diventare psicoterapeuti (con possibili effetti disastrosi). Ironia della sorte, però, agli psicologi non medici non è consentita la prescrizione di farmaci.
In sostanza, si lascia ampio spazio ai medici di esercitare senza garanzia di avere la necessaria preparazione accademica, protetti dalla legge, mentre agli psicologi si impedisce di esprimere appieno la professione. Per chi se lo chiedesse, sì, nelle università si sostiene l’esame di Psicofarmacologia (e Psichiatria, Neurologia ecc.). E sì, per esempio nel sistema sanitario indiano, ma anche nei più occidentali Illinois, Louisiana e New Mexico, gli psicologi possono prescrivere farmaci (previa formazione post dottorato o semplicemente attraverso formazione di qualche mese seguita da tirocinio pratico, fino anche a un anno e più di durata).

Ho avuto la fortuna di svolgere il tirocinio professionalizzante con professioniste (ma prima ancora, persone) eccezionali, presso la ASL del mio paese. Ma molti servizi pubblici in Italia sono praticamente "bloccati", inaccessibili. L’esperienza mi ha mostrato che in molti di coloro che occupano posizioni dirigenziali in enti pubblici si osserva il problema della mancanza di aggiornamento, preparazione, e soprattutto motivazione, che invece hanno migliaia di ottimi professionisti che ogni giorno devono riuscire a inventarsi qualcosa per restare a galla in questo sistema "storto".

(Dirigenti ASL attempati alle prese con la tecnologia)
L’Ordine ritengo abbia il dovere di garantire (e verificare) tanto la preparazione ai dipendenti statali quanto l’istituzione di servizi pubblici, nella forma della creazione di posti di lavoro per i propri iscritti, soprattutto nei gap esistenti del sistema sanitario, attraverso una decisa influenza sulla politica (solo di recente, per esempio, grazie agli sforzi esterni, non istituzionali, tra cui quello di Altra Psicologia, è stata finalmente abolita per legge la figura abusiva del counselor, sebbene l’anno scorso (2018) al congresso assocounseling fosse ospite onorario paradossalmente proprio il presidente del CNOP Fulvio Giardina, e come se non bastasse, sembrerebbe non essere cambiato nulla, dato che il sito Assocounseling è ancora attivo e non mostra alcun annuncio di “chiusura”).
Fa arrabbiare leggere articoli come questo, in cui lo stesso presidente afferma:

Nonostante ciò, però, "solo 1 cittadino su 10 con problemi di salute mentale accede ai servizi pubblici. Dobbiamo rifondare la consapevolezza di avere dei diritti - ha sottolineato Giardina -. Solo il 10-15% dei cittadini accede ai servizi pubblici» in materia di salute mentale e la rimanente parte si rivolge a istituti privati. E questo non è corretto, perché la tutela della salute è nella Costituzione". 

La responsabilità di questo disagio ricade sulle istituzioni, quindi questo tipo di denuncia risulta non solo ipocrita, ma anche offensiva. È difficile accedere ai servizi pubblici, principalmente colpa dell'insufficienza di personale. E molte persone rinunciano a chiedere aiuto per questioni economiche, e non è giusto che i liberi professionisti facciano, gratuitamente (come spesso accade) o quasi, il lavoro che spetterebbe appunto ai servizi pubblici. Su questo tema, a fine post esprimo le mie personali posizioni ideologiche.

Come riconoscere uno psicologo “bravo”?
Appurato che la sola appartenenza all’albo professionale non garantisce la bravura, ritengo che come per i medici, gli infermieri, i fisioterapisti, qualsiasi professione sanitaria, sia in genere il passaparola ad aiutare a capire se la persona a cui rivolgersi sia grossomodo adatta.
Non è tanto questione di essere bravi o i migliori; l’importante, a mio avviso, è:
1. non essere ciarlatani (ça va sans dire)
2. rispettare la deontologia
3. essere quantomeno sufficientemente adeguati, anche se non si è [ancora] diventati i migliori sul campo.
Spesso però anche i ciarlatani hanno un buon passaparola. Come fare in questi casi?
Conosco molti professionisti validi che ahimè non hanno tempo o voglia di essere presenti sul web. Ciò nonostante, credo sia obbligatorio fare comunque una ricerca su Google e raccogliere informazioni, visitare eventuali profili social o siti personali in cui si promuovono, iniziative, progetti, leggere gli articoli da loro scritti, o il loro curriculum, per avere quante più informazioni utili. Sembrerebbe anche superfluo dirlo, nell’era dell’informazione, ma tant’è.
Così facendo, la differenza tra lo sciamano e lo psicologo clinico dovrebbe essere lampante, almeno nella pubblicità che ogni professionista sceglie affinché lo rappresenti. L'erborista o cartomante che si spaccia per psicologo di solito è lampante nel modo in cui si pubblicizza, ed eventuali abusi sarebbe opportuno segnalarli (art. 348 Codice penale).
Ciò non toglie che spetta principalmente all’ordine informare, sensibilizzare e istruire la popolazione.

Cosa aspettarsi da uno psicologo?
Infine, cosa aspettarsi da un bravo psicologo clinico, cioè una persona che si occupa di benessere psicologico (perché dire “salute mentale” fa troppa paura)?
In quanto figura sanitaria, è normale aspettarsi che in un primo colloquio lo psicologo, oltre ad ascoltare la richiesta (che dovrebbe essere valutata già al telefono o via mail, per non incappare in fraintendimenti), raccolga una serie di informazioni pertinenti, compili un’anamnesi, e se necessario chieda di visionare l’eventuale documentazione sanitaria (referti di ospedali o di altri specialisti). Non tutte le figure sanitarie hanno la preparazione per capire che un fenomeno sia di natura psicologica, ma allo stesso tempo è facile pensare che una difficoltà sia di tipo psicologico sebbene abbia invece una causa organica (metabolica, vascolare, degenerativa, traumatica – nel senso di lesione – o addirittura iatrogena, per esempio per effetto di farmaci che mimano una condizione altrimenti inesistente).
Per esempio, una apparente depressione può invece essere segno di una demenza, picchi glicemici vertiginosamente alti per un diabete trascurato possono trasformarsi in sintomi psicotici, così come l’assunzione massiccia e cronica di cortisonici, gravi alterazioni ormonali possono indurre per esempio ipersessualità, un mancato afflusso di sangue o una lesione in determinati sedi cerebrali prefrontali possono trasformare una persona tranquilla in un violento criminale, e via discorrendo. Tali condizioni vanno riconosciute da noi psicologi laddove gli altri possano aver “fallito”, e trattate in maniera adeguata, dal professionista di riferimento (su indicazione del medico di famiglia, verso neurologo, psichiatra, endocrinologo, chirurgo...).

Un’ultima opinione
Amo la Psicologia e la scienza (tra i vari interessi), e in quanto psicologo clinico il mio focus è unicamente il benessere individuale e l’approfondimento scientifico continuo. Queste sono le priorità.
La responsabilità della salute altrui non è qualcosa da prendere alla leggera. Giuridicamente, in Italia solo psicologi e medici hanno potestà di certificazione. Ciò dà loro un grandissimo potere sulla persona che chiede loro aiuto, e se tale potere è esercitato in malafede, può avere conseguenze devastanti.
Sono dell’avviso che l’interesse economico, nel sistema vigente, e nella cultura attuale, in alcune persone possa generare inevitabilmente avidità ed egoismo, e l’avidità e l’egoismo possono portare ad agire al di là della deontologia, alimentate dalla spinta al guadagno... Ma anche dalla disperazione.
Per questo motivo le professioni sanitarie dovrebbero a mio avviso, nel miglior sistema auspicabile, essere pubbliche nonché gratuite a tutti, poiché sanità e istruzione costituiscono i pilastri di una comunità sana, tanto ora quanto nel futuro.


___

Pic credits: 
- L'immagine del pianeta terra sullo sfondo è opera di joshwarren

Social network, una trappola di stress e dipendenza


Usare i social per rilassarsi porterebbe a ulteriore stress e dipendenza da social network.📱👥🤯

Lo studio ha valutato le abitudini online di 444 utenti di Facebook sottoponendoli a una serie di sondaggi, per la durata di un anno. Le variabili analizzate includevano l'abitudine all'uso dei social network, la distrazione dal social network all'interno o all'esterno di esso, e la dipendenza da social.
Dai risultati emerge che l'utilizzo abitudinario di social network influenza in maniera negativa la relazione tra lo stress provocato dal social e la distrazione attraverso però l'utilizzo dello stesso.
Si verifica cioè un effetto paradossale, in cui il social network tende a stressare gli individui, che cercano una distrazione da tale stress, ma la trovano in un'altra attività offerta però all'interno dello stesso social network (per esempio, passando dalla visualizzazione dei post, a una chiacchierata in chat, a curiosare tra le attività degli amici, ecc.), instaurando così un circolo vizioso di stress e dipendenza. Si resta quindi intrappolati nel social network.
Per approfondire i meccanismi di dipendenza da social network, è possibile consultare il post del 29 novembre 2017 👉 "La dipendenza da social network spiegata in breve".


Fonti:
¹ Tarafdar, M., Maier, C., Laumer, S., & Weitzel, T. (2019). Explaining the link between technostress and technology addiction for social networking sites: A study of distraction as a coping behavior. Information Systems Journal.

L’inquinamento potrebbe renderci depressi e bipolari


Un nuovo studio mette in evidenza una correlazione tra inquinamento e aumento di disturbi neuropsichiatrici 🏭☠️ 🧠#psicologia #scienza #science #neuroscience #neuroscienze #depressione

Gli sperimentatori hanno eseguito un’analisi esplorativa sui dati provenienti dall’EPA, l’agenzia di protezione ambientale degli USA, riguardanti gli indici di qualità ambientale a livello locale, e sui dati a livello individuale di esposizione all’inquinamento raccolti in Danimarca. I due dataset sono indipendenti e molto ampi: 151 milioni di individui per gli USA, e 1.4 milioni per la Danimarca.

I dati sono stati utilizzati nello studio dell’associazione tra esposizione all’inquinamento e il rischio di sviluppo di disturbi neuropsichiatrici. Dai risultati si evince una significativa associazione tra l’inquinamento e l’aumento di disturbi neuropsichiatrici.

Secondi i ricercatori, gli agenti inquinanti potrebbero avere un impatto sul nostro encefalo agendo attraverso processi neuroinfiammatori già noti per causare, in modelli animali, fenotipi simil-depressivi.

Sono invece ampiamente comprovati gli effetti positivi su umore, stress, derivanti dal passare un po’ di tempo nella natura², al punto da migliorare anche le performance cognitive, come l’attenzione³.


Fonti:
¹ Khan A, Plana-Ripoll O, Antonsen S, Brandt J, Geels C, Landecker H, et al. (2019) Environmental pollution is associated with increased risk of psychiatric disorders in the US and Denmark. PLoS Biol 17(8): e3000353. https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3000353
² Fredrickson, B., and Levenson, R. (1998). Positive emotions speed recovery from the cardiovascular sequelae of negative emotions. Cogn. Emot. 12, 191–220. doi: 10.1080/026999398379718
³ Berman, M., Jonides, J., and Kaplan, S. (2008). The cognitive benefits of interacting with nature. Psychol. Sci. 19, 1207–1212. doi: 10.1111/j.1467-9280.2008.02225.x

Chi manda più emoji ha una maggiore attività sessuale?


L’uso frequente di emoji nel corteggiamento sarebbe correlato a una maggiore attività sessuale #psicologia #sessuologia #scienza

L’ipotesi sarebbe confermata in due studi indipendenti. In uno, sono state analizzate le interviste a 5.327 single americani, etero, dai 17 ai 94 anni. Veniva chiesto loro se usassero o no emoji, e perché. Le motivazioni variavano dal voler dare più personalità ai messaggi, al comunicare più facilmente le emozioni, e rendere la comunicazione più rapida rispetto alla digitazione delle parole, ma anche perché va di moda.
La frequenza dell’uso delle emoji è risultata predire più primi appuntamenti in un anno, e anche una maggiore attività sessuale.
Nel secondo studio è stato svolto un sondaggio online a 275 adulti, dai 18 ai 71 anni. Questo campione era composto per la quasi totalità da persone che utilizzano le emoji.
Come nel primo, l’alto uso di emoji risultava connesso con una maggiore frequenza di rapporti, e un maggior numero di partner sessuali, in un anno.

Nonostante i risultati, è bene porsi il dubbio su alcune limitazioni a tali ricerche. Per esempio, il tipo di emoji usato potrebbe fare la differenza, e a ogni emoji potrebbe corrispondere una conseguenza diversa. Inoltre, gli sperimentatori si sono focalizzati su chi manda emoji, ma non su chi le riceve, e che tipo di reazioni suscitano.

Fonti:
 ¹ Gesselman AN, Ta VP, Garcia JR (2019) Worth a thousand interpersonal words: Emoji as affective signals for relationship-oriented digital communication. PLoS ONE 14(8): e0221297.

Media violenti: l'influenza dei contenuti violenti sul comportamento

Sul numero di dicembre 2018 di Psicopuglia, la rivista dell'ordine degli psicologi della Puglia, è possibile leggere il mio articolo sugli effetti dei media violenti sul comportamento. 🎮📺 La rivista è scaricabile gratuitamente dal sito dell'ordine, insieme agli altri volumi: https://www.psicologipuglia.it/psicopuglia.htm 
Da questo link si può invece scaricare direttamente il numero di dicembre.
L'articolo è a pagina 160. 📖

Studio: i volti mascolini sono reputati più competenti


Grazie al nostro aspetto possiamo convincere gli altri ad assumerci, votarci, o acquistare qualcosa. :briefcase::moneybag: Ma secondo uno studio, un volto mascolino viene associato di più alla competenza, rispetto a uno femminile :woman: #psicologia #società #percezione #neuroscienze

In una precedente ricerca, i ricercatori avevano ottenuto un modello computazionale che riassumeva tutte le caratteristiche fisiche associate alla competenza, manipolabili grazie a software grafici.
In un primo esperimento, i ricercatori hanno fatto valutare a 33 partecipanti una serie di volti, chiedendo ad alcuni di loro quanto sembrassero competenti, mentre ad altri quanto sembrassero attraenti. In effetti, i volti manipolati graficamente per sembrare più competenti sono stati valutati come tali. Di conseguenza sono state eliminate le caratteristiche “attraenti” per evitare che il giudizio fosse basato su quel fattore.
In seguito a ciò, in un esperimento online ai partecipanti veniva chiesto di valutare, oltre alla competenza percepita, anche il sesso di un volto, tendevano a valutare le facce più competenti come maschili, e le meno competenti come femminili.
Quest’effetto è stato approfondito con un altro esperimento ad hoc, in cui delle immagini di persone erano state manipolate secondo diversi gradi di mascolinità, e le risposte dei partecipanti confermavano l’ipotesi dello studio.
Naturalmente, è molto improbabile che esista davvero una correlazione tra competenza e aspetto fisico. I risultati sembrano dimostrare invece quanto i pregiudizi sociali influenzino persino la percezione delle persone, portandoci a conclusioni completamente arbitrarie e, quindi, anche a scelte probabilmente sbagliate, sulla base di preconcetti della cultura di appartenenza.
Sebbene si tratti di processi cognitivi automatici, per contrastare questi errori di valutazione è necessario adottare un pensiero razionale e critico, ed esercitarlo costantemente.

Fonte:
Oh, D., Buck, E. A., & Todorov, A. (2018). Revealing Hidden Gender Biases in Competence Impressions from Faces.