In un esperimento¹ sono stati confrontati i risultati di due gruppi di
persone, di cui uno composto da persone con tratti ansiosi molto forti.
Si
è notato che le persone con forte ansia usavano più termini negativi
riferiti alle emozioni spiacevoli che erano invitati a ricordare, e
fornivano meno dettagli concreti, cioè erano meno specifici nella
rievocazione.
💬 Inoltre individui con alti livelli di ansia
tenderebbero anche immaginare un minor numero di possibili scenari
alternativi circa un evento negativo. Tali persone cioè considererebbero
improbabile che determinati eventi negativi passati sarebbero potuti
andare diversamente, cioè meglio.
L'incapacità di formulare scenari
alternativi lascia spesso spazio alla ruminazione ansiosa, ossessiva o
depressiva. Questa e altre capacità vengono allenate nelle terapie
cognitivo-comportamentali.
🤔 Ciò sottolinea il ruolo dei
pensieri (i ragionamenti su di sé, gli altri, il mondo) e della
flessibilità cognitiva (assumere più prospettive) sull'umore.
Fonte:
📄
¹ Parikh, N., LaBar, K. S., & De Brigard, F. (2020). Phenomenology
of counterfactual thinking is dampened in anxious individuals. Cognition
and Emotion, 34(8), 1737-1745.
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Chi ha una personalità ansiosa ha più difficoltà a immaginare scenari alternativi
Controllo genitoriale e paura del fallimento
Rispetto al passato, i giovani iniziano più tardi a lavorare o a
impegnarsi in relazioni stabili. Per questo motivo si ritrovano a essere
più indipendenti e responsabili degli adolescenti, ma spesso
economicamente ed emotivamente ancora dipendenti dai genitori.
Si sono create così nuove dinamiche familiari, in cui è frequente che i genitori controllino i figli, senza rendersi conto però di ostacolarli.
Uno studio¹ ha rilevato che il controllo genitoriale tende a danneggiare i risultati scolastici dei figli, soprattutto in ambito universitario, aumentando la paura del fallimento, e compromettendo una sana motivazione allo studio.
Questo fenomeno si riscontra allo stesso
modo in maschi e femmine. Nelle femmine è noto per es. che il controllo
genitoriale tenda a trasmettere un perfezionismo che, come la paura del
fallimento, può assumere forme disadattive.
Fonti:
¹ Deneault, A. A., Gareau, A., Bureau, J. F., Gaudreau, P., & Lafontaine, M. F. (2020). Fear of failure mediates the relation between parental psychological control and academic outcomes: A latent mediated-moderation model of parents’ and children’s genders. Journal of Youth and Adolescence, 1-16.
Le cause del disagio psicologico | L'evitamento
🏃♂️ L'evitamento è uno dei sei processi che caratterizzano il modello di flessibilità psicologica.
🧘Questi
sei processi permettono all'individuo di vivere e godere appieno di una
vita significativa, piuttosto che un'esistenza sentita come vuota, dolorosa, e
vissuta con il "pilota automatico".
Non tutte le paure sono irrazionali, ed è giusto evitare ciò che può
arrecarci danno. Quando evitiamo però i nostri stati interni, che sono
"naturali" e tendenzialmente innocui, possiamo arrecarci ulteriore sofferenza
psicologica. Su questo è possibile lavorare, senza però
autocolpevolizzarsi per le proprie reazioni automatiche, che possono
essere modificate con la pratica, ma non dall'oggi al domani.
Le cause del disagio psicologico | La fusione cognitiva
🧠 La fusione cognitiva è uno dei sei processi che caratterizzano il modello di flessibilità psicologica.
🧘Questi
sei processi permettono all'individuo di vivere e godere appieno di una
vita significativa, piuttosto che un'esistenza sentita come vuota, dolorosa, e
vissuta con il "pilota automatico".
Le dichiarazioni del presidente APA in seguito alle stragi
Il presidente dell’APA, l’American Psychological Association, ha rilasciato il 4/08/2019 le seguenti dichiarazioni in merito alle stragi a El paso, Texas e Dayton, Ohio. Sul sito dell’APA¹ si può leggere il testo originale, di cui riporto una mia traduzione:
“Le nostre condoglianze vanno alle famiglie e agli amici di coloro che sono stati assassinati o feriti in queste orribili sparatorie, e agli americani colpiti quotidianamente dagli orrori gemelli che sono l’odio e la violenza armata. “Mentre la nostra nazione cerca di elaborare ancora una volta l’impensabile, appare più chiaro che mai che stiamo affrontando una crisi sanitaria pubblica di violenza armata alimentata da razzismo, bigotteria, e odio. Il facile accesso ad armi d’assalto e a una retorica dell’odio costituiscono una combinazione tossica. Le scienze psicologiche hanno dimostrato che il contagio sociale – cioè la diffusione di pensieri, emozioni e comportamenti da una persona all’altra e tra gruppi più ampi – è reale, e potrebbe rappresentare un fattore coinvolto, perlomeno nella sparatoria a El Paso.
“Tale sparatoria è al momento sotto inchiesta come crimine d’odio, come dovrebbe essere. Le scienze psicologiche hanno dimostrato il danno che il razzismo può infliggere ai suoi obiettivi. È stato dimostrato che il razzismo induce effetti negativi a livello cognitivo e comportamentale sia su bambini che adulti, nonché aumenta ansia, depressione, pensieri autolesionisti e comportamenti di evitamento.
“Incolpare regolarmente delle stragi la malattia mentale è un’azione infondata e stigmatizzante. La ricerca ha dimostrato che solo una percentuale molto piccola degli atti violenti viene commessa da persone che hanno una diagnosi di malattia mentale o che stanno ricevendo un trattamento relativo a tale malattia. I tassi di malattia mentale sono pressoché gli stessi in tutto il mondo, ciò nonostante gli altri paesi non stanno sperimentando questi eventi traumatici così spesso come noi [americani]. Un fattore critico è l’accesso e la portata letale delle armi che vengono utilizzate in questi crimini. Aggiungere razzismo, intolleranza e bigotteria al mix costituisce una ricetta per il disastro.
“Se vogliamo affrontare la violenza armata che sta facendo a pezzi il nostro Paese, dobbiamo mantenere l’attenzione sul trovare soluzioni basate sulle prove. Ciò include restringere l’accesso alle armi per le persone a rischio di violenza, e lavorare con psicologi e altri esperti per trovare soluzioni all’intolleranza che sta infestando la nostra nazione e il dialogo pubblico.”
Link: ¹ https://www.apa.org/news/press/releases/2019/08/statement-shootings
Il dolore percepito? Dipende dalle nostre aspettative
“Sentirai solo un pizzico” dice l’infermiera con la siringa in mano. 💉 Ma se siamo in ansia ci aspettiamo il dolore di una motosega. 😱
Ti è mai capitato? #dolore #neuroscienze #psicologia
A differenza dei segni, come per esempio un’infiammazione, il dolore (come le emozioni) è un sintomo: ciò significa che non è oggettivo, ma a definirlo è la persona che lo sperimenta.
Ognuno reagisce a stimoli dolorosi in maniera diversa, ma secondo uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour, l’intensità del dolore dipende dalle aspettative dell’individuo.
I ricercatori della University of Colorado Boulder hanno somministrato ai partecipanti livelli bassi o alti di calore, e li hanno fatti associare a dei simboli corrispettivi. Dopodiché hanno posto i partecipanti in un macchinario di risonanza magnetica funzionale (fMRI) che misurasse l’attività cerebrale. Per un’ora, ai partecipanti venivano mostrati diversi indizi (i simboli, le parole “low” o “high”, cioè basso o alto) che si riferivano all’intensità del dolore. In seguito, hanno chiesto loro quanto dolore si aspettassero.
Successivamente, sono stati somministrati stimoli di diverso grado di dolore, non dannoso (il più alto corrispondeva al “tenere in mano una tazza di caffè bollente”). Quindi è stato chiesto loro quanto dolore avessero percepito, ed esso non corrispondeva all’effettiva intensità somministrata.
I risultati hanno mostrato che i partecipanti si aspettavano un calore superiore, e le regioni cerebrali associati a minaccia e paura si attivavano di più nel periodo anticipatorio, mentre quelle coinvolte nella generazione del dolore erano più attive durante lo stimolo.
Ciò dimostra che le nostre aspettative influenzano a livello profondo gli stessi processi cerebrali del dolore.
Avere aspettative positive potrebbe quindi invertire questo effetto – d’altronde, da decenni sono ben documentati gli effetti delle cosiddette “profezie che si autoavverano” sui nostri successi e fallimenti.
Fonti:
https://www.nature.com/articles/s41562-018-0455-8
L'ansia da esclusione sociale e l'uso del telefono aumentano il rischio di incidente
#FOMO è l’acronimo per “Fear of missing out”, ovvero “Paura di essere tagliati fuori”, e indica l’ansia provata da alcune persone nei confronti della possibilità di essere esclusi dagli eventi sociali. I #social network rappresentano una possibile fonte di #ansiasociale e la sensazione di esclusione può venire amplificata a causa dei meccanismi che governano il social (l’alta frequenza degli aggiornamenti, la desiderabilità sociale che porta gli utenti a condividere solo aspetti positivi della propria vita per ricevere apprezzamento, ecc.).
Chi sperimenta la FOMO può essere portato con più facilità utilizzare il telefono in condizioni che non lo consentono, come alla guida.
Si è scoperto¹ che la percezione del rischio dell’utilizzare il telefono mentre si è alla guida varia tra le persone. Parlare al telefono aumenterebbe il rischio di incidente di 2,2 volte mentre messaggiare lo aumenta di 6,1.
La sottostima del pericolo in questi soggetti sarebbe causata da una “priorità maggiore” rispetto al rischio di incidente, vale a dire, appunto, l’ansia da separazione e di rimanere tagliati fuori dalle discussioni e dalle esperienze degli amici.
Il ricercatore John Elhai spiega: “La FOMO è un potente motivatore comportamentale, che include il comportamento di controllo [continuo] dello smartphone”. In base alle sue ricerche, Elhai afferma che la FOMO viene sperimentata più spesso da giovani e giovani adulti.
Inoltre, da uno studio³ emerge che sono più le donne rispetto agli uomini a usare il telefono alla guida, e che le stesse sottostimano il rischio di incidenti, che è invece molto alto, sia per la propria incolumità che per quella altrui (pedoni, ecc.).
#tech #psicologia
Fonti:
¹ Oviedo‐Trespalacios, O., Haque, M. M., King, M., & Washington, S. (2018). Should I Text or Call Here? A Situation‐Based Analysis of Drivers’ Perceived Likelihood of Engaging in Mobile Phone Multitasking. Risk Analysis.
² https://www.eurekalert.org/pub_releases/2018-07/sfra-mod070918.php
³ Elhai, J. D., Levine, J. C., Dvorak, R. D., & Hall, B. J. (2016). Fear of missing out, need for touch, anxiety and depression are related to problematic smartphone use. Computers in Human Behavior, 63, 509
In vacanza con l'aereo, ma 7 italiani su 10 hanno paura di volare
Articolo di Repubblica: https://goo.gl/mgFAab
“È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), a cui hanno risposto 568 persone di ambosessi dai 25 ai 65 anni.”
“Il 67% delle persone non ama infatti prendere l'aereo perché ha la sensazione di non avere il controllo del mezzo e, quindi, della situazione in generale. Il 77% teme un possibile attentato, e ciò incide fortemente sulla preferenza di un mezzo alternativo per spostarsi. Il 69% preferisce spostarsi in un luogo non troppo lontano dalla propria residenza e con mezzi alternativi come il treno (37%) o altri mezzi su strada (45%); solo in pochi amano prendere l'aereo per raggiungere le mete che desiderano (17%).”
L’ansia estrema e le fobie possono arrivare a limitare seriamente la vita di una persona. Uscire di casa anche solo per fare la spesa, prendere un mezzo di trasporto, assistere a un concerto, diventano eventi impossibili: alcuni riescono a sopportare l’ansia e la paura con una persona di supporto, altri invece evitano del tutto, precludendosi ogni possibilità lavorativa, sociale, di svago. Tra i vari consigli per affrontare la paura di volare, alcuni possono essere effettivamente utili, come chiedere informazioni e correggere eventuali convinzioni irrazionali che generano ansia. Distrazione, tecniche di rilassamento, evitamento cognitivo (non pensare a...) o comportamentale (non assumere caffeina, farsi accompagnare sempre da qualcuno) sono il più delle volte dei palliativi che non risolvono necessariamente la difficoltà, e anzi possono addirittura peggiorare la situazione (imporsi di non pensare a qualcosa porta, paradossalmente, a pensare a quella cosa ancora più intensamente!). L’approccio cognitivo-comportamentale si è dimostrato da decenni il più efficace nel trattamento di disturbi d’ansia e fobie specifiche. Consultare il proprio psicologo di fiducia può aiutare a riconquistare la libertà di viaggiare e di essere autonomi in piena serenità.
#fobia #ansia #attacchidipanico #psicologia #viaggiare
Bruttezza e inadeguatezza: convinzioni irrazionali che possono rovinare la vita
Qui il video: https://youtu.be/t8JLvckJcb8
Molti di noi si sentono brutti. O, al limite, "non abbastanza belli". Addirittura, c'è chi si dà un voto (come nel video: "Sotto il 7 non è vita").
In alcuni casi, però, l'insoddisfazione per il proprio aspetto può acutizzarsi e cronicizzarsi, diventa una specie di ossessione che rende la vita un inferno fatto di vergogna, rabbia e frustrazione.
Queste convinzioni nascono da ragionamenti fallaci basati su esperienze di vita spiacevoli: non serve nemmeno sperimentare una vera e propria delusione diretta, come un'aperta critica verso il proprio aspetto fisico. Può bastare anche la sola apparente percezione di rifiuto o svalutazione, per innescare un meccanismo autosvalutante.
Per esempio, in una festa ci si può sentire inadeguati perché non si conosce nessuno, e i pochi amici si uniscono in gruppi di persone nuove con cui si ha timore di entrare in contatto, per paura di sembrare stupidi, goffi, noiosi, ecc.
Tutto ciò avviene nella mente: sono solo assunzioni, ipotesi che il più delle volte non vengono confermate. E l'evitamento porta solo a una conferma di queste assunzioni sbagliate, arrivando al punto che si rifiuta qualsiasi disconferma esterna (nel servizio del programma Rai, verso la fine, il giornalista dice a Fabio 'Barbafissa': "Tu non sei brutto", ma quest'ultimo fa spallucce e risponde: "Ognuno si percepisce a modo proprio").
Valutazioni erronee di questo tipo possono portare anche a sviluppare una dismorfofobia, una eccessiva e irrazionale preoccupazione per il proprio aspetto corporeo (può riguardare uno o più caratteristiche fisiche: nel video, si parla delle dimensioni del polso, "poco mascolino" se piccolo, o addirittura dei capelli!). Nei casi più gravi, non si esce nemmeno di casa per evitare ulteriore dolore.
Chi sperimenta questo tipo di condizione soffre profondamente, una sofferenza che si riaccende in varie situazioni sociali che, per questo motivo, vengono spesso evitate (lavorare in contesti di gruppo o con altre persone, prendere i mezzi pubblici, fare la fila alla posta, andare a lezione a scuola o all'università, ecc.).
Come per la maggior parte delle difficoltà psicologiche, capita che chi presenta questo tipo di difficoltà non riceva comprensione, sostegno e aiuto da parte di altri ma, al contrario, critiche, accuse, offese, o incoraggiamenti verso un ragionamento erroneo, che non fanno altro che peggiorare la condizione.
Ne sono un esempio alcuni commenti al video:
È importante rivolgersi a un professionista per poter uscire da questo carcere di sofferenza e inadeguatezza, così da poter ritornare a godere delle relazioni e della quotidianità, che il senso di inadeguatezza impedisce di vivere in maniera soddisfacente.
Ma gli altri come fanno?
Molte persone che arrivano in visita da uno psicologo ed espongono le loro difficoltà tendono a chiedere (a sé stessi e non solo): "Ma gli altri come fanno?"
Chi, a causa della propria ansia intensa, tende a evitare posti affollati, eventi, responsabilità, si ritrova in una specie di prigione: la sicurezza della propria casa, ma guai a stare da soli! Dev'esserci sempre qualcuno, perché "non si sa mai, dovessi sentirmi male..."
Chi ha un umore depresso trova difficilissimo compiere le attività quotidiane, a cominciare dallo scendere dal letto, e tutto sembra faticoso, insuperabile. Da questa prospettiva, si finisce inevitabilmente per cadere nello sconforto quando ci si paragona ad amici o colleghi che riescono a fare le stesse cose con molta facilità, e in aggiunta si impegnano in attività ulteriori (praticano sport, volontariato, secondi lavori, provvedono alla famiglia, ottengono promozioni, fanno viaggi, ecc.). Tutto ciò porta a pensare: "Come riescono a fare queste cose che per me sono impossibili?"
Chi è molto timido, ha paura del giudizio altrui, ha difficoltà a fare amicizia, conoscere persone, trovare un/a partner, svolgere attività di gruppo, guarda le altre persone, in compagnia, circondati da amici o conoscenti, e si chiede: "Perché a loro riesce così facile? Com'è possibile che per me sia così difficile instaurare un rapporto con un'altra persona? Come fanno gli altri a uscire ogni sera e divertirsi, quando io non riesco a prendere un caffè neanche con un collega di lavoro o balbetto appena provo a rivolgere la parola un/a ragazzo/a?"
Purtroppo, quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica da cui non si riesce a uscire, si è portati a una conclusione sbagliata:
Per poter uscire da questo vortice di pensieri irrazionali, è importante avere a mente una cosa: le nostre difficoltà non sono uniche, non sono solo nostre: le altre persone non sono affatto così diverse. Tutti condividiamo le stesse paure, le stesse preoccupazioni, le stesse afflizioni. Semplicemente, in ciascuno di noi alcune di queste cose hanno un peso diverso e, nelle persone in grado di mobilitare adeguatamente le proprio risorse e che hanno una mentalità aperta alle "sfide" della vita e al cambiamento, il peso di tutto ciò può essere molto più basso rispetto ad altri, ma mai assente.
La differenza tra chi ha difficoltà a relazionarsi con altri e chi invece si espone anche a parlare in pubblico, è che quest'ultimo avrà certamente un po' di paura del giudizio, sarà nervoso e avrà paura di fare una brutta figura, ma è in grado di abbassare questo tipo di attivazione con pensieri razionali, del tipo: "Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Di sicuro questa esperienza non mi ucciderà. E se il pubblico dovesse ridere? Pazienza, non è un vero danno. E se mi tremasse la voce? Che tremi pure, mi fermerò qualche secondo e prima o poi mi calmerò. E se non dovessi riuscirci? Beh, nessuno è perfetto, e io non sono sicuramente Superman!"
Le persone che riescono a essere serene e avere successo non danno molto peso agli imprevisti, accettano che le difficoltà possano sempre esserci e sono ben disposti a confrontarsi con esse e uscirne vincenti, e se ciò non dovesse accadere, ritenteranno.
È importante chiedersi: quali obiettivi voglio raggiungere? Come posso vivere più serenamente? Sono disposto ad affrontare le mie difficoltà, a impegnarmi e cambiare, o voglio rimanere nella condizione in cui mi trovo?
I fattori che ci bloccano, rispetto al cambiamento, sono principalmente:
Chi, a causa della propria ansia intensa, tende a evitare posti affollati, eventi, responsabilità, si ritrova in una specie di prigione: la sicurezza della propria casa, ma guai a stare da soli! Dev'esserci sempre qualcuno, perché "non si sa mai, dovessi sentirmi male..."
Chi ha un umore depresso trova difficilissimo compiere le attività quotidiane, a cominciare dallo scendere dal letto, e tutto sembra faticoso, insuperabile. Da questa prospettiva, si finisce inevitabilmente per cadere nello sconforto quando ci si paragona ad amici o colleghi che riescono a fare le stesse cose con molta facilità, e in aggiunta si impegnano in attività ulteriori (praticano sport, volontariato, secondi lavori, provvedono alla famiglia, ottengono promozioni, fanno viaggi, ecc.). Tutto ciò porta a pensare: "Come riescono a fare queste cose che per me sono impossibili?"
Chi è molto timido, ha paura del giudizio altrui, ha difficoltà a fare amicizia, conoscere persone, trovare un/a partner, svolgere attività di gruppo, guarda le altre persone, in compagnia, circondati da amici o conoscenti, e si chiede: "Perché a loro riesce così facile? Com'è possibile che per me sia così difficile instaurare un rapporto con un'altra persona? Come fanno gli altri a uscire ogni sera e divertirsi, quando io non riesco a prendere un caffè neanche con un collega di lavoro o balbetto appena provo a rivolgere la parola un/a ragazzo/a?"
Purtroppo, quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica da cui non si riesce a uscire, si è portati a una conclusione sbagliata:
Se le persone riescono a fare ciò che io non riesco a fare, o che non ho la forza di affrontare, significa che c'è qualcosa che non va in me. Sono diverso. Sono più debole degli altri. Non sarò mai in grado di vivere felice.È facile autosvalutarsi quando si tende a vedere il mondo con le lenti del nostro umore. Se si prova ansia, tutto sembrerà minaccioso e imprevedibile. Se si prova intensa tristezza, tutto sarà terribile, difficile, e finirà per il peggio. Quando si prova vergogna e paura del giudizio altrui, le altre persone sembreranno cattive e irraggiungibili.
Per poter uscire da questo vortice di pensieri irrazionali, è importante avere a mente una cosa: le nostre difficoltà non sono uniche, non sono solo nostre: le altre persone non sono affatto così diverse. Tutti condividiamo le stesse paure, le stesse preoccupazioni, le stesse afflizioni. Semplicemente, in ciascuno di noi alcune di queste cose hanno un peso diverso e, nelle persone in grado di mobilitare adeguatamente le proprio risorse e che hanno una mentalità aperta alle "sfide" della vita e al cambiamento, il peso di tutto ciò può essere molto più basso rispetto ad altri, ma mai assente.
La differenza tra chi ha difficoltà a relazionarsi con altri e chi invece si espone anche a parlare in pubblico, è che quest'ultimo avrà certamente un po' di paura del giudizio, sarà nervoso e avrà paura di fare una brutta figura, ma è in grado di abbassare questo tipo di attivazione con pensieri razionali, del tipo: "Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Di sicuro questa esperienza non mi ucciderà. E se il pubblico dovesse ridere? Pazienza, non è un vero danno. E se mi tremasse la voce? Che tremi pure, mi fermerò qualche secondo e prima o poi mi calmerò. E se non dovessi riuscirci? Beh, nessuno è perfetto, e io non sono sicuramente Superman!"
Le persone che riescono a essere serene e avere successo non danno molto peso agli imprevisti, accettano che le difficoltà possano sempre esserci e sono ben disposti a confrontarsi con esse e uscirne vincenti, e se ciò non dovesse accadere, ritenteranno.
È importante chiedersi: quali obiettivi voglio raggiungere? Come posso vivere più serenamente? Sono disposto ad affrontare le mie difficoltà, a impegnarmi e cambiare, o voglio rimanere nella condizione in cui mi trovo?
I fattori che ci bloccano, rispetto al cambiamento, sono principalmente:
- Paura di uscire dalla nostra zona di comfort, cioè di rompere uno stato di equilibrio che, anche se insoddisfacente, riusciamo a tollerare.
- Paura di dover soffrire ulteriormente per poter cambiare.
- Convinzioni irrazionali che ci impediscono di fronteggiare i problemi.
- valutare la situazione individuale
- stabilire gli obiettivi che si vogliono raggiungere (trovare un/a partner o amici, uscire di casa, guidare la macchina o prendere l'aereo, comunicare in maniera decisa a lavoro, o con le persone, ottenere una promozione, fare un viaggio),
- analizzare i vari aspetti che impediscono alla persona di raggiungere tali obiettivi
- stabilire degli step graduali da percorrere
- raggiungere gli obiettivi prefissati o stabilire obiettivi alternativi
Perché ci piace l'horror?
Quale motivo ci spinge a vedere film horror? Per quale ragione siamo portati a rivivere, anche se sotto forma di finzione, esperienze raccapriccianti, se non addirittura traumatiche?
La risposta, purtroppo, ancora non la conosciamo, ma sono state proposte diverse ipotesi.
Per esempio, secondo la ricerca di Johnston (1995), esisterebbero quattro motivi principali per cui alle persone piace guardare film dell'orrore, motivi che farebbero riferimento a delle caratteristiche disposizionali di un individuo tra cui la paurosità, l'empatia, e la tendenza di ricercare di sensazioni. Johnston afferma: "Le quattro motivazioni si è scoperto essere correlate alle risposte cognitive e affettive degli spettatori di film horror, oltre alla tendenza degli spettatori a identificarsi con gli assassini o le vittime dei film." Johnston ha identificato, nello specifico, delle combinazioni tra queste caratteristiche:
Un'altra valida spiegazione viene dalla neurochimica. La dopamina, una sostanza chimica presente nel cervello, gioca un ruolo importante, tra le varie funzioni, anche nei comportamenti di ricerca di ricompensa. Le persone che tendono a cercare sensazioni nuove, a correre maggiori rischi, nonché quelle che adorano vedere film con situazioni terrificanti o pericolose, potrebbero avere meno recettori che inibiscono l'azione della dopamina, lasciando quindi che questa agisca e produca effetti più intensi.
Un'altra ipotesi, sostenuta fin dall'antichità da Aristotele, oltre che in tempi più recenti dagli psicoanalisti, è quella della catarsi. Assistere a dei contenuti violenti e spaventosi sarebbe un modo per depurarsi dalle emozioni negative, oppure un modo per scaricare l'aggressività repressa.
Qualunque sia la motivazione per cui alcuni di noi amano l'horror, sicuramente l'aspetto artistico presente nei film che preferiamo rappresenta un fattore rilevante, al di là del contenuto spaventoso.
La cosa che ci importa di più, ad ogni modo, è che le scene spaventose rimangano su schermo.
Bibliografia:
La risposta, purtroppo, ancora non la conosciamo, ma sono state proposte diverse ipotesi.
Per esempio, secondo la ricerca di Johnston (1995), esisterebbero quattro motivi principali per cui alle persone piace guardare film dell'orrore, motivi che farebbero riferimento a delle caratteristiche disposizionali di un individuo tra cui la paurosità, l'empatia, e la tendenza di ricercare di sensazioni. Johnston afferma: "Le quattro motivazioni si è scoperto essere correlate alle risposte cognitive e affettive degli spettatori di film horror, oltre alla tendenza degli spettatori a identificarsi con gli assassini o le vittime dei film." Johnston ha identificato, nello specifico, delle combinazioni tra queste caratteristiche:
- Gli amanti del genere splatter hanno tipicamente una bassa empatia e un'alta ricerca di sensazioni, e (solo tra i maschi) una forte identificazione con l'assassino.
- Gli amanti dei thriller hanno sia alta empatia che alta ricerca di sensazioni, si identificano più con le vittime, e apprezzano la suspense del film.
- Gli amanti dei film horror indipendenti hanno sia un'alta empatia per la vittima insieme a un alto effetto positivo per il superamento della paura.
- Gli amanti dei film horror di tipo problematico hanno un'alta empatia per la vittima ma sono caratterizzati da un effetto negativo (in particolare, da un senso di disperazione)
Un'altra valida spiegazione viene dalla neurochimica. La dopamina, una sostanza chimica presente nel cervello, gioca un ruolo importante, tra le varie funzioni, anche nei comportamenti di ricerca di ricompensa. Le persone che tendono a cercare sensazioni nuove, a correre maggiori rischi, nonché quelle che adorano vedere film con situazioni terrificanti o pericolose, potrebbero avere meno recettori che inibiscono l'azione della dopamina, lasciando quindi che questa agisca e produca effetti più intensi.
Un'altra ipotesi, sostenuta fin dall'antichità da Aristotele, oltre che in tempi più recenti dagli psicoanalisti, è quella della catarsi. Assistere a dei contenuti violenti e spaventosi sarebbe un modo per depurarsi dalle emozioni negative, oppure un modo per scaricare l'aggressività repressa.
Qualunque sia la motivazione per cui alcuni di noi amano l'horror, sicuramente l'aspetto artistico presente nei film che preferiamo rappresenta un fattore rilevante, al di là del contenuto spaventoso.
La cosa che ci importa di più, ad ogni modo, è che le scene spaventose rimangano su schermo.
Bibliografia:
- Johnston, D.D. (1995). Adolescents’ motivations for viewing graphic horror. Human Communication Research, 21(4), 522-552.
- Zillmann, D., Katcher, A. H., & Milavsky, B. (1972). Excitation transfer from physical exercise to subsequent aggressive behavior. Journal of Experimental Social Psychology, 8(3), 247-259.
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