I videogiochi violenti multiplayer, nello specifico Fortnite, potrebbero
favorire la cooperazione e l'aiuto piuttosto che la violenza.
Uno
studio è giunto a tali conclusioni confrontando il comportamento di 845
studenti delle elementari in seguito a sessioni di Fortnite o Pinball.
📊
L'esperimento prevedeva una condizione in cui si chiedeva quanto
volessero spendere, del premio in denaro, in beneficenza, e un'altra in
cui lo sperimentatore chiedeva al soggetto se volesse trattenersi per
aiutarlo negli esperimenti, e per quanto tempo.
Il gruppo che
aveva giocato al gioco violento Fortnite tendeva a mostrare con più
probabilità comportamenti prosociali rispetto a chi aveva giocato al
gioco neutro Pinball, donando più soldi o prestando più aiuto agli
sperimentatori.
I ricercatori ipotizzano che, oltre al ruolo
cooperativo del gioco, ciò possa essere dovuto alle emozioni positive
indotte dal godimento del gioco in sé, sebbene violento.
Ho parlato dell'influenza dei media violenti sul comportamento nella rivista Psicopuglia n°22 (link in bio su linktree).
Fonte:
📄
Shoshani, A., & Krauskopf, M. (2021). The Fortnite social paradox:
The effects of violent-cooperative multi-player video games on
children's basic psychological needs and prosocial behavior. Computers
in human behavior, 116, 106641.
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Fortnite favorisce comportamenti prosociali
Video - Miti e bugie sociali
Quante volte ci siamo sentiti giù o in ansia per un'idea che poi abbiamo
scoperto essere falsa o catastrofica? Eppure crediamo spesso a un sacco
di miti che ci tramandano la famiglia o la società, miti però già
smentiti. Eccone alcuni.
📖 Il libro di Steven Pinker, "Illuminismo adesso" https://it.wikipedia.org/wiki/Illuminismo_adesso
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Complotti, fake news, ansia
Qualche breve considerazione su come
destreggiarsi in questo bombardamento mediatico, in cui talvolta ciò che
sembra apparentemente assurdo è invece reale, e ciò che sembra reale è
invece totalmente fake.
Sito del CICAP: https://www.cicap.org/n/index.php (Qui è possibile trovare tutte le informazioni, con fonti affidabili, circa teorie false, miti, complotti, paranormale, ecc.)
Canale YouTube di Entropy for life: https://www.youtube.com/channel/UCQPnCKNfzKn4OmPrx1KDWvg (tra i vari video, potete guardare quelli che smontano miti e fake news sul coronavirus, con relativi approfondimenti scientifici)
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I giochi da tavolo migliorano le abilità cognitive in vecchiaia
Ricordate quando i genitori tendevano a fare la paternale se si passava molto tempo a giocare? 🎮 🎲 A quanto pare avevano torto (che sorpresa!)
#psicologia #boardgame #gaming #neuroscience #neuroscienze
La stimolazione data da sfide intellettuali, come quelle degli scacchi, dei giochi enigmistici, o dei videogame, si è scoperto essere una vera e propria palestra per il cervello. Nel tempo, infatti, gli studi ne hanno rilevato gli effetti benefici. Un recente studio¹ ha rilevato come tale effetto benefico perduri nel tempo: a 70 anni, chi ha giocato con maggior frequenza a giochi analogici (da tavolo) ha un miglioramento nelle prestazioni cognitive, e una riduzione del decadimento cognitivo che accompagna l’invecchiamento.
Giocare a più giochi è risultato associato a un minore declino cognitivo dai 70 ai 79 anni, soprattutto rispetto alle abilità di memoria. Un aumento nel gioco, tra i 70 e i 76 anni, è risultato invece associato a una minor perdita di velocità cognitiva, laddove l’anzianità porta di solito a rallentamenti. Non male, per dei “semplici” giochi, no?
Pic credits: @dott_meeple_and_miss_hyde
Fonti:
¹ Altschul, D. M., & Deary, I. J. (2019). Playing analog games is associated with reduced declines in cognitive function: a 68 year longitudinal cohort study. The Journals of Gerontology: Series B. [link all'articolo in full access]
L'ottimismo può allungare da durata della vita
Un luogo comune, già da tempo confermato, si aggiorna con una nuova ricerca #ottimismo #psicologia #benessere #fitness
I ricercatori¹ hanno raccolto i dati provenienti dal Nurses’ Health Study (NHS) per un gruppo di donne, mentre per gli uomini dal Veterans Affairs Normative Aging Study (NAS). I soggetti sono stati seguiti per 10 anni (da 2004 al 2014 per le donne) e per ben 30 anni (dal 1986 al 2016 per gli uomini). Il grado di ottimismo è stato indagato attraverso test specifici (Life Orientation Test–Revised per le donne e Revised Optimism–Pessimism Scale tratto dal Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 per il gruppo degli uomini). Al fine di evitare risultati falsati, sono state effettuate le correzioni statistiche del caso (variabili demografiche, stili di vita salutari, ecc.).
I risultati mostrano, nelle persone ottimiste, un incremento nella durata della vita dell’11-15% rispetto alle persone meno ottimiste.
I risultati non sono in realtà così sorprendenti: da tempo si conoscono gli effetti positivi dell’ottimismo, sia empiricamente che scientificamente. Oltre a influenzare positivamente la qualità della vita e, naturalmente, il modo stesso in cui si vivono le diverse esperienze, si è visto per esempio che un atteggiamento ottimistico accelera il recupero fisico in seguito a un intervento di bypass aorto-coronarico², rispetto a chi non ha lo stesso atteggiamento.
Fonti:
¹ Lee, L. O., James, P., Zevon, E. S., Kim, E. S., Trudel-Fitzgerald, C., Spiro, A., ... & Kubzansky, L. D. (2019). Optimism is associated with exceptional longevity in 2 epidemiologic cohorts of men and women. Proceedings of the National Academy of Sciences, 201900712.
² Scheier, M. F., Matthews, K. A., Owens, J. F., Magovern, G. J., Lefebvre, R. C., Abbott, R. A., & Carver, C. S. (1989). Dispositional optimism and recovery from coronary artery bypass surgery: the beneficial effects on physical and psychological well-being. Journal of personality and social psychology, 57(6), 1024.
Le dichiarazioni del presidente APA in seguito alle stragi
Il presidente dell’APA, l’American Psychological Association, ha rilasciato il 4/08/2019 le seguenti dichiarazioni in merito alle stragi a El paso, Texas e Dayton, Ohio. Sul sito dell’APA¹ si può leggere il testo originale, di cui riporto una mia traduzione:
“Le nostre condoglianze vanno alle famiglie e agli amici di coloro che sono stati assassinati o feriti in queste orribili sparatorie, e agli americani colpiti quotidianamente dagli orrori gemelli che sono l’odio e la violenza armata. “Mentre la nostra nazione cerca di elaborare ancora una volta l’impensabile, appare più chiaro che mai che stiamo affrontando una crisi sanitaria pubblica di violenza armata alimentata da razzismo, bigotteria, e odio. Il facile accesso ad armi d’assalto e a una retorica dell’odio costituiscono una combinazione tossica. Le scienze psicologiche hanno dimostrato che il contagio sociale – cioè la diffusione di pensieri, emozioni e comportamenti da una persona all’altra e tra gruppi più ampi – è reale, e potrebbe rappresentare un fattore coinvolto, perlomeno nella sparatoria a El Paso.
“Tale sparatoria è al momento sotto inchiesta come crimine d’odio, come dovrebbe essere. Le scienze psicologiche hanno dimostrato il danno che il razzismo può infliggere ai suoi obiettivi. È stato dimostrato che il razzismo induce effetti negativi a livello cognitivo e comportamentale sia su bambini che adulti, nonché aumenta ansia, depressione, pensieri autolesionisti e comportamenti di evitamento.
“Incolpare regolarmente delle stragi la malattia mentale è un’azione infondata e stigmatizzante. La ricerca ha dimostrato che solo una percentuale molto piccola degli atti violenti viene commessa da persone che hanno una diagnosi di malattia mentale o che stanno ricevendo un trattamento relativo a tale malattia. I tassi di malattia mentale sono pressoché gli stessi in tutto il mondo, ciò nonostante gli altri paesi non stanno sperimentando questi eventi traumatici così spesso come noi [americani]. Un fattore critico è l’accesso e la portata letale delle armi che vengono utilizzate in questi crimini. Aggiungere razzismo, intolleranza e bigotteria al mix costituisce una ricetta per il disastro.
“Se vogliamo affrontare la violenza armata che sta facendo a pezzi il nostro Paese, dobbiamo mantenere l’attenzione sul trovare soluzioni basate sulle prove. Ciò include restringere l’accesso alle armi per le persone a rischio di violenza, e lavorare con psicologi e altri esperti per trovare soluzioni all’intolleranza che sta infestando la nostra nazione e il dialogo pubblico.”
Link: ¹ https://www.apa.org/news/press/releases/2019/08/statement-shootings
L'attivazione sessuale è identica nel cervello di uomini e donne
Secondo uno studio¹, i circuiti cerebrali coinvolti nell’attivazione sessuale sarebbero gli stessi negli uomini e nelle donne. ♂♀
Uomini e donne vivono la sessualità in maniera diversa². Gli uomini tendono a essere più reattivi agli stimoli visivi, e sperimentano il desiderio sessuale in maniera più spontanea. Le donne tendono con meno probabilità ad attivarsi sessualmente in maniera spontanea e il desiderio sessuale è più reattivo nei confronti del contesto.
Gli sperimentatori si sono avvalsi dei dati più significativi di varie ricerche di neuroimaging, e i risultati suggeriscono che le risposte neuronali agli stimoli sessuali visivi, contrariamente a quanto si pensa, è indipendente dal sesso biologico. Sebbene nelle precedenti ricerche emergessero differenze tra i sessi, queste erano attribuibili alla valutazione soggettiva del partecipante; invece, dai risultati di questa metanalisi si scopre che l’aumento dell’attivazione in molte aree cerebrali corticali e subcorticali, rispetto agli stimoli sessuali visivi, interessa in maniera identica sia uomini che donne.
Ne deriva che sebbene la sessualità venga influenzata, soprattutto nelle donne, da fattori culturali quali istruzione, religione, atteggiamenti genitoriali e dei coetanei, a livello puramente fisiologico, uomini e donne vivono la sessualità allo stesso modo.
Fonti:
¹ Mitricheva, E., Kimura, R., Logothetis, N. K., & Noori, H. R. (2019). Neural substrates of sexual arousal are not sex dependent. Proceedings of the National Academy of Sciences, 201904975.
² Baumeister, R.F. (2000). "Gender Differences in Erotic Plasticity: The Female Sex Drive as Socially Flexible and Responsive." Psychological Bulletin, 126(3), 347-74.
Donne schiave degli ormoni? Un pregiudizio scientifico
La psiche femminile è più influenzata dagli ormoni di quella maschile? Forse non così tanto, ma non tutti gli scienziati lo sanno. 🔬🧪🐁 #science #scienza #donne #psicologia
Uomini e donne sono diversi, complementari... Ma pur sempre umani.
Questo sembrerebbe essere stato in parte trascurato nella ricerca scientifica, come “denuncia” l’autrice dello studio¹, Rebecca Shansky, professore associato nel Dipartimento di Psicologia alla Northeastern University di Boston.
Ancora oggi infatti persiste l’idea che la psiche di una donna sia il prodotto diretto dell’attività ormonale nelle sue ovaie, riducendola quasi a una “marionetta” ormonale in preda alle emozioni.
Al contrario (negativamente), quindi, degli uomini. Tuttavia, anche gli uomini hanno ormoni ed emozioni. Il problema risiede nel fatto che la ricerca scientifica, che conduce un gran numero di esperimenti principalmente su topi da laboratorio, predilige esemplari maschi, per evitare l’eccessiva variabilità e confusione nei dati che l’assetto ormonale delle cavie femmine porterebbe.
Questo pregiudizio si fa sentire molto di più nel campo delle neuroscienze, ma non trova necessariamente conferma.
Per esempio, una meta-analisi² del 2014 non solo non evidenziava differenze nei dati raccolti in campioni di entrambi i sessi, ma addirittura in alcuni casi i dati provenienti dalle cavie maschili variavano di più rispetto a quelli delle femmine.
In nessun caso il pregiudizio può essere giustificato né perdonato, ma se nella vita quotidiana siamo tutti portati, in maniera automatica, a ricorrere a idee preconcette, ciò nella scienza non solo non può essere tollerato, ma può risultare ancora più dannoso.
È necessario che la ricerca scientifica, per il bene dell’intera comunità e del progresso, non abbassi la guardia e corregga eventuali derive verso simili pregiudizi.
Fonti: ¹ Shansky, R. M. (2019). Are hormones a “female problem” for animal research?. Science, 364(6443), 825-826. ² Prendergast, B. J., Onishi, K. G., & Zucker, I. (2014). Female mice liberated for inclusion in neuroscience and biomedical research. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 40, 1-5.
Perché le fake news hanno successo?
Tutti ne parlano, ma non tutti le riconoscono e cadono nel tranello delle fake news. 🚫📰 Perché? Un antropologo ha individuato le caratteristiche principali che inducono la gente e leggere e condividere notizie false.
“Babysitter ricoverata in ospedale dopo essersi inserita un bambino nella vagina.” Nel 2017, questa notizia falsa è stata la più diffusa su Facebook.
Stando ai risultati dello studio¹ condotto dall’antropologo Alberto Acerbi, il fascino per questo tipo di notizie è dovuto a diversi attributi: minaccia, sesso, disgusto per esempio caratterizzano le fake news più popolari.
Questi risultati confermano e approfondiscono il filone di ricerca che valuta l’impatto e la diffusione di determinate narrazioni, come le leggende metropolitane, e fa capire anche un po’ di più di noi stessi, di come funzioniamo e verso quali tipi di stimoli siamo attratti e conserviamo in memoria, sia per ragioni positive che negative.
Per esempio, informazioni con accezioni negative vengono ricordate meglio di quelle raffigurate positivamente: “il 60% dei contenziosi civili finisce senza alcun risarcimento per il querelante, che deve anche pagare le spese legali” è una storia ricordata meglio della stessa in accezione positiva, cioè: “Il 40% dei contenziosi civili vince e ottiene un risarcimento monetario per i querelanti”.
Lo studio¹ è scaricabile gratuitamente dal sito di Nature, ed è possibile leggere una sintesi nell’articolo² di Query, la rivista del CICAP (link a seguire 👇).
Fonti:
¹ Acerbi, A. (2019). Cognitive attraction and online misinformation. Palgrave Communications, 5(1), 15. (scaricabile gratuitamente da https://www.nature.com/articles/s41599-019-0224-y)
² “Perché le fake news ci attraggono? Un contributo dall’antropologia cognitiva ed evoluzionistica”, di Giuseppe Stilo, Query n.37 https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278920
Essere single fa bene, dice la scienza
Essere single è visto da molti ancora con sospetto. Abitare da soli, poi, può risultare triste o addirittura inspiegabile. Le ricerche però sembrano dire il contrario. #psicologia #amore #relazioni #salute #single #wedding .
Negli anni, i matrimoni in Italia sono in continuo calo (con oscillazioni dovute ai cambi legislativi circa unioni civili e divorzi accelerati). Per anni il senso comune e la scienza erano d’accordo: vivere da soli rende tristi, depressi e ammalati. Le statistiche dipingevano un quadro per cui la vita da single rappresentava una condanna e uno stigma. I single sarebbero più a rischio di malattie cardiovascolari¹, di morte, di depressione.
Quello che non si è detto, ma che emerge ormai negli ultimi anni, è che tutto ciò è valido per l’isolamento sociale. Ma chi ha detto che essere single o vivere da soli porti necessariamente all’isolamento sociale? Già 30 anni fa qualche studio², pur sostenendo che essere sposati portasse a maggiore soddisfazione di vita, migliore pressione sanguigna, minor stress e depressione, faceva notare che ad avere il merito di questi benefici non fosse lo stato matrimoniale, quanto la soddisfazione derivante dal rapporto.
La stessa soddisfazione infatti si può avere anche da single, e non solo: avere una relazione potrebbe portare a maggior isolamento sociale e deprivazione di stimoli gratificanti rispetto a una vita da single. Paradossalmente, chi si sposa e va a convivere, anche senza avere figli, può tendere a isolarsi più di chi è single!³
Una persona single può avere invece più possibilità di praticare attività stimolanti e sociali, culturali, sportive, da cui trarre molta più felicità di chi è imprigionato in una relazione insoddisfacente.
Non solo: lo stesso discorso sarebbe valido anche per quelle coppie che hanno una relazione sentimentale ma scelgono di non convivere. Da ciò possiamo trarre una conclusione sempre valida: nessuno può dirci come vivere la nostra vita: siamo noi stessi gli unici giudici in grado di sapere cosa può farci bene, ed è un nostro diritto perseguirlo a prescindere dalle opinioni altrui.
Fonti:
¹ https://www.huffingtonpost.ca/2018/06/19/heart-disease-study_a_23462697/
² Holt-Lunstad, J., Birmingham, W., & Jones, B. Q. (2008). Is there something unique about marriage? The relative impact of marital status, relationship quality, and network social support on ambulatory blood pressure and mental health. Annals of behavioral medicine, 35(2), 239-244.
³ Musick, K., & Bumpass, L. (2012). Reexamining the case for marriage: Union formation and changes in well‐being. Journal of Marriage and Family, 74(1), 1-18.
- https://www.istat.it/it/files/2016/11/matrimoni-separazioni-divorzi-2015.pdf
Abolizione del cambio dell'ora: conseguenze sulla salute?
Cosa cambierebbe se si abolisse il cambio dell'ora? ⏰ Meglio avere più luce o meno luce? Dormire di più o di meno?
Cosa dice la scienza? Scopriamo se è davvero il caso di preoccuparsi così tanto. Articolo disponibile su Il Superuovo.
Ogni settimana due nuovi articoli, tra cronaca e divulgazione. Segui @ilsuperuovo per leggere quotidianamente altri articoli, dalla psicologia alla filosofia e alla sociologia, passando per politica, storia, scienza, ecc.
#sonno #dormire #psicologia #scienza #neuroscienze #salute #benessere #fitness
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#sonno #dormire #psicologia #scienza #neuroscienze #salute #benessere #fitness
A quale età si ha il massimo dell'autostima?
A 60 anni di età si è raggiunge il massimo della propria autostima, secondo un nuovo studio pubblicato su Psychological Bullettin. #autostima #età #aging #salute #psicologia
Tra i 4 e gli 11 anni di età, cominciamo a sviluppare la nostra autostima, attraverso le interazioni con altre persone e l’ambiente circostante. Il livello di autostima raggiunge una stabilità durante l’adolescenza, per poi aumentare fino ai 30 e continuare moderatamente lungo l’età adulta, raggiungendo il picco attorno ai 60 anni e mantenendosi ai suoi massimi per altri 10 anni.Questo è ciò che è derivato da un’analisi di 191 ricerche sull’autostima, con dati estratti da un campione di 165mila persone di diversa provenienza ed età.
Tuttavia, al picco di autostima dei 60-70 anni sembra seguire un progressivo declino. La terza età infatti presenta una serie di cambiamenti di ruolo e perdita di attività: il pensionamento può essere vissuto come una esclusione dalla collettività, e ci si può sentire inutili. Gli acciacchi dell’età portano a una perdita di abilità che minano l’autostima, e il ritiro sociale che ne consegue può solo peggiorare il quadro.
Ciò non vale per tutti, però: molte persone sono infatti in grado di mantenere una buona autostima anche in tarda età.
I dati finali non mostrano differenze nei campioni per coorti di nascita, né per genere o etnia, di conseguenza i risultati possono essere generalizzabili e valere per tutti noi.
Tuttavia, non pensiamo che il fenomeno studiato possa essere automatico. Chi ha una bassa autostima, infatti, può “allenarla” quotidianamente, anche grazie a un sostegno psicologico, attraverso processi di pensiero razionale e agendo proattivamente verso il raggiungimento dei propri obiettivi.
Fonti:
- Orth, U., Erol, R. Y., & Luciano, E. C. (2018). Development of self-esteem from age 4 to 94 years: A meta-analysis of longitudinal studies. Psychological bulletin.
- http://psycnet.apa.org/fulltext/2018-33338-001.html Articolo completo
Dormire fino a tardi è più dannoso che dormire meno?
Secondo un recente studio, dormire fino a tardi potrebbe essere più dannoso che dormire troppo poco. #sonno #dormire #salute #fitness #psicologia
Attualmente, le indicazioni per una corretta igiene del sonno prevedono una durata di 8 ore, e il senso comune vuole che dormire di meno sia più deleterio che dormire di più, proprio alla luce dei benefici del sonno per la salute (agendo su pressione sanguigna, obesità, diabete). La ricerca ha scoperto invece uno scenario diverso.
Secondo i dati, 10 ore di sonno notturno sono correlate a una probabilità del 56% di essere colpiti da ictus, del 49% in più di rischio di morte per un disturbo cardiovascolare e del 44% di malattie coronariche.
Il dottor Chun Shing Kwok, a capo della ricerca, afferma: “Il sonno influisce su chiunque. La quantità e la qualità del nostro sonno sono dei fenomeni complessi. Ci sono influenze culturali, sociali, psicologiche, comportamentali, patofisiologiche e ambientali ad agire sul sonno, così come il bisogno di prendersi cura dei figli e della famiglia, turni lavorativi irregolari, malattie fisiche o mentali, e la disponibilità 24 ore su 24 di beni e servizi nella società moderna.”
“Questa ricerca ha avuto inizio in quanto eravamo interessati a sapere se fosse più dannoso dormire al di sotto o al di sopra della durata di sonno raccomandata, pari a 7-8 ore. Inoltre abbiamo voluto sapere in che maniera l’incremento di ore potesse alterare il rischio di mortalità e di malattie cardiovascolari.”
Fonti:
- Kwok, C. S., Kontopantelis, E., Kuligowski, G., Gray, M., Muhyaldeen, A., Gale, C. P., ... & Mamas, M. A. (2018). Self‐Reported Sleep Duration and Quality and Cardiovascular Disease and Mortality: A Dose‐Response Meta‐Analysis. Journal of the American Heart Association, 7(15), e008552.
Camminare non fa dimagrire, ma la mente può aiutare a perdere peso
Il consumo energetico della camminata è trascurabile: perché allora molti si ostinano, d’estate, a camminare per perdere peso? E perché alcuni, in effetti, dimagriscono?
La causa va cercata nella mente.
@andrea_biasci ci spiega che a permettere la diminuzione di peso sarebbe il relax acquisito grazie all’attività sportiva stessa, che in un certo senso “protegge” dalle abbuffate da stress (la “fame nervosa”). Quindi, la camminata più che aiutare a perdere peso, faciliterebbe la limitazione delle calorie assunte in eccesso. Si è più felici, di conseguenza non si cerca soddisfazione nel cibo.
Un’altra importante considerazione riguarda l’assunzione alla base delle persone che compiono la camminata come unica attività sportiva. Se, infatti, lo scopo è quello di perdere calorie con poca fatica (superfluo da dire, camminare è meno faticoso che correre), allora non si perderà mai peso: per raggiungere un obiettivo è fondamentale motivazione, forza di volontà e soprattutto la tolleranza alle frustrazioni (si vedano i due post ‘I benefici dello sport sulla salute psicofisica’ per i consigli su come impostare una pratica sportiva efficace). Questi principi valgono tanto nello sport quanto nella vita quotidiana, ed è facile che il mancato raggiungimento di un obiettivo, a causa della mancanza di impegno o volontà, possa portare una persona a concludere, erroneamente, che “non ci sono speranze” e che non si possa cambiare.
Nel video-articolo di @project_invictus si mette in evidenza come chi inizia una dieta tenderà, nel tempo, a muoversi sempre meno: addirittura a compiere 1/10 dei passi rispetto a prima – peggiorando così il progresso della dieta stessa, che in assenza di attività fisica perde di efficacia!
Per conoscere tutti i dettagli dei meccanismi fisiologici coinvolti potete leggere l’articolo o vedere il video qui linkati, e visitare il canale YouTube e il sito ufficiale per altre informazioni:
#sport #salute #fitness #dieta
Aquarius: perché discriminiamo il diverso
Il recente caso della nave di soccorso Aquarius riaccende una tematica che divide l’opinione pubblica e ci fa domandare chi “abbia ragione”, da un punto di vista politico e morale.
Ovviamente non è possibile dare una vera risposta, ma possiamo capire i punti di vista di entrambe le posizioni, addirittura la scienza ci offre anche delle possibili soluzioni.
La tendenza a “discriminare”, sfavorire, le persone esterne al proprio gruppo di appartenenza è innata1. Sapere di trovarsi all’interno di un gruppo, cioè, porterebbe automaticamente noi tutti a preferire il nostro gruppo (proteggerlo, favorirlo) e a percepire l’altro gruppo (o gli altri gruppi) come peggiore, o ostile. Ci si può sentire parte di un gruppo in tantissime occasioni, sia stabili che temporanee (da cliente in fila alla cassa 1 rispetto alla cassa 2, a bevitore di birra piuttosto che di vino, o tifoso dell’Inter piuttosto che del Milan, ecc.). In ogni caso, i membri del proprio gruppo saranno da noi favoriti.
Nel caso dei migranti, è facile percepire una divisione tra “noi” (italiani perché nati e cresciuti in Italia) e “loro” (gli “invasori”, non nati né cresciuti in Italia, con lingua, etnia e abitudini diverse). La percezione di un gruppo diverso scatena il cosiddetto favoritismo ingroup. La conseguente discriminazione può assumere le forme più diverse (razziale, politica, economica, morale ecc.), ma il meccanismo alla base è l’innata ostilità dell’essere umano verso altri gruppi.
C’è però una soluzione. Alcuni ricercatori2 suggeriscono che per ridurre questa ostilità tra gruppi è necessario smettere di percepirsi come gruppi diversi, ma “allargare” il gruppo considerandolo in una categoria più ampia (per esempio, gli amanti delle Audi e quelli delle BMW potrebbero “diventare amici” considerandosi appassionati di automobili).
Per abbassare la tensione e la discriminazione, i governi potrebbero favorire politiche di inclusione atte a sostituire la percezione di europei e migranti con la categorizzazione, più ampia, di “esseri umani”, di una comunità che si aiuta.
#psicologia #società #aquarius
1 Tajfel, H. (1974). Social identity and intergroup behaviour. Information (International Social Science Council), 13(2), 65-93.
2 Gaertner, S. L., Mann, J., Murrell, A., & Dovidio, J. F. (1989). Reducing intergroup bias: The benefits of recategorization. Journal of personality and social psychology, 57(2), 239.
Come il nostro cervello ci può far credere di avere potere magici
Articolo completo sul sito del Cicap: https://goo.gl/oNwtRZ
“Vi è mai capitato di uscire di casa e pensare “Sta per piovere” e immediatamente dopo sentire le prime gocce sulla pelle? Forse, ogni tanto, siamo tutti un po’ veggenti. O forse c’è un’altra spiegazione?
Con il termine “postdizione” si indica la tendenza delle persone a scambiare per predizioni eventi che in realtà sono già avvenuti, ma che non sono stati ancora registrati a un livello conscio dal nostro cervello. Pensiamo insomma che stia per piovere perché abbiamo già sentito la pioggia sulla pelle, anche se non ce ne siamo resi conto.”
“Secondo [i ricercatori], siamo di fronte a una situazione simile all’esempio della pioggia: ci si inganna credendo di aver terminato il pensiero circa il verificarsi dell’evento prima che l’evento effettivamente si verificasse (“ho indovinato!”), quando invece il cambio di colore era già avvenuto (“l’ho visto senza saperlo”). Una possibile spiegazione, dicono i ricercatori, può essere una diversa velocità con la quale i due eventi raggiungono il livello di consapevolezza nel cervello: forse siamo un po’ più lenti a registrare i nostri pensieri astratti di quanto non lo siamo a registrare cambiamenti esterni.”
“Questi risultati si allineano con [...] altri studi circa il fenomeno dell’intentional binding, in cui la percezione di un’azione intenzionale (come premere un bottone) e la sua conseguenza (la produzione di un suono) si sovrappongono”
“Ai partecipanti [dell’esperimento] viene ... anche chiesto di completare un questionario di 21 domande [...], usato come indice di valutazione delle credenze magiche o paranoiche dei soggetti, per verificare eventuali differenze individuali nella tendenza a stimare le proprie capacità predittive.
Come ipotizzato dagli sperimentatori, dai risultati emerge una correlazione positiva tra il punteggio registrato nel questionario e il numero di predizioni corrette nel test: coloro che mostrano una più alta tendenza a credere in capacità magiche o che mostrano atteggiamenti paranoici, tendono anche a riconoscere come “predizioni” quelle che in realtà sono semplici osservazioni.”
#psicologia #parapsicologia #ricerca #scienza #mistero #esoterismo
La paura del fallimento e l'ansia del successo
Fin da piccoli, spesso i genitori tendono a rinforzare il risultato finale più che la prestazione. La maggior parte delle volte, per esempio, i premi e i complimenti dipendono unicamente dal voto ottenuto a scuola, piuttosto che dall’impegno dato nello studio o dall’effettiva conoscenza acquisita.
Il successo viene quindi collegato alla piacevolezza: una persona che ha successo ottiene premi e stima dagli altri. Chi fallisce, invece, non riceve questo tipo di trattamento, o peggio, teme di poter ricevere disprezzo o indifferenza.
Ma cos’è il successo? A seconda dell'ambiente in cui si vive, il successo può assumere diverse forme: in una cultura tradizionalista, per esempio, sposarsi e avere figli può essere ritenuto un successo, e rimanere single in età avanzata invece può essere ritenuto un fallimento. Una persona che crescendo in una famiglia con questi valori dovesse rimanere single a cinquant'anni, potrebbe molto probabilmente vivere con ansia questa situazione e avvertire la pressione sociale. Talvolta queste convinzioni non sono totalmente condivise dalla persona, che però si sente in dovere di realizzarle in funzione delle aspettative sociali.
Guadagnare molti soldi, occupare una posizione di rilievo, possedere oggetti costosi, sono obiettivi che nella nostra società rappresentano un successo, ma secondo una visione rigida e irrazionale della realtà. Per esempio, guadagnare molti soldi implica, nella maggior parte dei casi, un dispendio di tempo ed energie che può venire sottratto alle attività piacevoli: non necessariamente, quindi, una persona che guadagna molto sarà più felice di una che guadagna di meno! Avere una famiglia può essere motivo di gratificazione e felicità per qualcuno, ma qualcun altro potrebbe trarre più piacere dal dedicarsi a sé stesso e sentirsi invece limitato dalle responsabilità civili che derivano dall’educazione e sostentamento dei figli: questo non significa essere “egoisti”, ma avere semplicemente obiettivi diversi e fonti di gratificazione diverse, per cui né una persona né l’altra possono essere giudicati né tantomeno colpevolizzati per questo. È importante avere degli obiettivi, così come raggiungerli: ciò ci motiva a perseguire i nostri interessi, aumenta la nostra autostima, migliora la qualità della nostra vita. Ma è importante che questi obiettivi siano realistici, e che siano importanti per noi prima di tutto, e non solo o per gli altri.
Miti da sfatare: i suicidi a Natale
In realtà, le ricerche mettono in evidenza un fenomeno abbastanza diverso, se non addirittura sorprendente.
Secondo le statistiche dei suicidi segnalati (vale a dire, riconosciuti come tali da enti sanitari e non scambiati per, ad esempio, incidenti o fatalità), si può osservare un decremento dei suicidi nel periodo natalizio, specificamente, prima del Natale, durante il Natale, e nei primi giorni successivi al Natale.
Il picco statistico di suicidi si avrebbe, invece, in primavera e in autunno.
Si potrebbe affermare quindi che il Natale abbia un effetto protettivo piuttosto che comportare un rischio di suicidio? Apparentemente sì, in realtà non possiamo dirlo con certezza, per diverse ragioni.
Una di queste riguarda l'effetto che lo stesso mito esercita sulla società e, quindi, sul fenomeno. Pare infatti che la stessa convinzione di essere più vulnerabili in questo periodo dell'anno porti a un maggior accesso ai servizi di salute mentale, o alla ricerca di sostegno psicologico. Di conseguenza, il benessere psichico collettivo, grazie a questi interventi e all'attenzione pubblica del fenomeno, ne risulterebbe aumentato.
Di contro, alcune ricerche mostrano un effetto di "rimbalzo", per il quale durante il periodo natalizio il tasso di suicidi diminuirebbe per poi aumentare a Capodanno o poco dopo le feste.
Oltre alla depressione e al suicidio, alcuni studi hanno cercato correlazioni con altri fenomeni.
L'uso di sostanze rivela un picco nel periodo di Natale. Tra le sostanze illecite, la più usata sarebbe la cocaina. Tra quelle legali, invece, l'alcol, con relativa intossicazione, il cui picco si avrebbe proprio il giorno di Natale.
I comportamenti autolesivi calerebbero del 30-40% proprio nel periodo tra il 19 e il 26 dicembre, e nei più giovani si ridurrebbero addirittura del 60%.
A tutti può capitare di attraversare periodi difficili e di sentirsi abbattuti. Per alcuni non si tratta solo di "periodi", ma di una lunga convivenza con sentimenti di sconforto, bassa autostima, assenza di gratificazione. Molti si ritrovano a pensare al suicidio, e ciò spaventa. I pensieri non devono farci paura, è molto più importante invece riconoscere di averli e analizzarli, come farebbe uno scienziato, e condividerli senza avere timore. Avere una rete di amicizie con cui confidarsi può essere di grande aiuto in periodi bui, e rivolgersi a un professionista rappresenta la scelta più intelligente, matura ed efficace che una persona possa fare per il proprio bene, per tornare a trarre piacere dalla vita.
Lettura consigliata: Non buttiamoci giù, di Nick Hornby (2005).
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Fonti:
- Sansone, R. A., & Sansone, L. A. (2011). The christmas effect on psychopathology. Innovations in clinical neuroscience, 8(12), 10.
- Sansone, R. A., & Sansone, L. A. (2011). The christmas effect on psychopathology. Innovations in clinical neuroscience, 8(12), 10.
- https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3257984/
- https://www.griffith.edu.au/__data/assets/pdf_file/0010/680959/Selected-Readings-Volume-11.pdf#page=21
- https://www.griffith.edu.au/__data/assets/pdf_file/0010/680959/Selected-Readings-Volume-11.pdf#page=21
Ma gli altri come fanno?
Molte persone che arrivano in visita da uno psicologo ed espongono le loro difficoltà tendono a chiedere (a sé stessi e non solo): "Ma gli altri come fanno?"
Chi, a causa della propria ansia intensa, tende a evitare posti affollati, eventi, responsabilità, si ritrova in una specie di prigione: la sicurezza della propria casa, ma guai a stare da soli! Dev'esserci sempre qualcuno, perché "non si sa mai, dovessi sentirmi male..."
Chi ha un umore depresso trova difficilissimo compiere le attività quotidiane, a cominciare dallo scendere dal letto, e tutto sembra faticoso, insuperabile. Da questa prospettiva, si finisce inevitabilmente per cadere nello sconforto quando ci si paragona ad amici o colleghi che riescono a fare le stesse cose con molta facilità, e in aggiunta si impegnano in attività ulteriori (praticano sport, volontariato, secondi lavori, provvedono alla famiglia, ottengono promozioni, fanno viaggi, ecc.). Tutto ciò porta a pensare: "Come riescono a fare queste cose che per me sono impossibili?"
Chi è molto timido, ha paura del giudizio altrui, ha difficoltà a fare amicizia, conoscere persone, trovare un/a partner, svolgere attività di gruppo, guarda le altre persone, in compagnia, circondati da amici o conoscenti, e si chiede: "Perché a loro riesce così facile? Com'è possibile che per me sia così difficile instaurare un rapporto con un'altra persona? Come fanno gli altri a uscire ogni sera e divertirsi, quando io non riesco a prendere un caffè neanche con un collega di lavoro o balbetto appena provo a rivolgere la parola un/a ragazzo/a?"
Purtroppo, quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica da cui non si riesce a uscire, si è portati a una conclusione sbagliata:
Per poter uscire da questo vortice di pensieri irrazionali, è importante avere a mente una cosa: le nostre difficoltà non sono uniche, non sono solo nostre: le altre persone non sono affatto così diverse. Tutti condividiamo le stesse paure, le stesse preoccupazioni, le stesse afflizioni. Semplicemente, in ciascuno di noi alcune di queste cose hanno un peso diverso e, nelle persone in grado di mobilitare adeguatamente le proprio risorse e che hanno una mentalità aperta alle "sfide" della vita e al cambiamento, il peso di tutto ciò può essere molto più basso rispetto ad altri, ma mai assente.
La differenza tra chi ha difficoltà a relazionarsi con altri e chi invece si espone anche a parlare in pubblico, è che quest'ultimo avrà certamente un po' di paura del giudizio, sarà nervoso e avrà paura di fare una brutta figura, ma è in grado di abbassare questo tipo di attivazione con pensieri razionali, del tipo: "Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Di sicuro questa esperienza non mi ucciderà. E se il pubblico dovesse ridere? Pazienza, non è un vero danno. E se mi tremasse la voce? Che tremi pure, mi fermerò qualche secondo e prima o poi mi calmerò. E se non dovessi riuscirci? Beh, nessuno è perfetto, e io non sono sicuramente Superman!"
Le persone che riescono a essere serene e avere successo non danno molto peso agli imprevisti, accettano che le difficoltà possano sempre esserci e sono ben disposti a confrontarsi con esse e uscirne vincenti, e se ciò non dovesse accadere, ritenteranno.
È importante chiedersi: quali obiettivi voglio raggiungere? Come posso vivere più serenamente? Sono disposto ad affrontare le mie difficoltà, a impegnarmi e cambiare, o voglio rimanere nella condizione in cui mi trovo?
I fattori che ci bloccano, rispetto al cambiamento, sono principalmente:
Chi, a causa della propria ansia intensa, tende a evitare posti affollati, eventi, responsabilità, si ritrova in una specie di prigione: la sicurezza della propria casa, ma guai a stare da soli! Dev'esserci sempre qualcuno, perché "non si sa mai, dovessi sentirmi male..."
Chi ha un umore depresso trova difficilissimo compiere le attività quotidiane, a cominciare dallo scendere dal letto, e tutto sembra faticoso, insuperabile. Da questa prospettiva, si finisce inevitabilmente per cadere nello sconforto quando ci si paragona ad amici o colleghi che riescono a fare le stesse cose con molta facilità, e in aggiunta si impegnano in attività ulteriori (praticano sport, volontariato, secondi lavori, provvedono alla famiglia, ottengono promozioni, fanno viaggi, ecc.). Tutto ciò porta a pensare: "Come riescono a fare queste cose che per me sono impossibili?"
Chi è molto timido, ha paura del giudizio altrui, ha difficoltà a fare amicizia, conoscere persone, trovare un/a partner, svolgere attività di gruppo, guarda le altre persone, in compagnia, circondati da amici o conoscenti, e si chiede: "Perché a loro riesce così facile? Com'è possibile che per me sia così difficile instaurare un rapporto con un'altra persona? Come fanno gli altri a uscire ogni sera e divertirsi, quando io non riesco a prendere un caffè neanche con un collega di lavoro o balbetto appena provo a rivolgere la parola un/a ragazzo/a?"
Purtroppo, quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica da cui non si riesce a uscire, si è portati a una conclusione sbagliata:
Se le persone riescono a fare ciò che io non riesco a fare, o che non ho la forza di affrontare, significa che c'è qualcosa che non va in me. Sono diverso. Sono più debole degli altri. Non sarò mai in grado di vivere felice.È facile autosvalutarsi quando si tende a vedere il mondo con le lenti del nostro umore. Se si prova ansia, tutto sembrerà minaccioso e imprevedibile. Se si prova intensa tristezza, tutto sarà terribile, difficile, e finirà per il peggio. Quando si prova vergogna e paura del giudizio altrui, le altre persone sembreranno cattive e irraggiungibili.
Per poter uscire da questo vortice di pensieri irrazionali, è importante avere a mente una cosa: le nostre difficoltà non sono uniche, non sono solo nostre: le altre persone non sono affatto così diverse. Tutti condividiamo le stesse paure, le stesse preoccupazioni, le stesse afflizioni. Semplicemente, in ciascuno di noi alcune di queste cose hanno un peso diverso e, nelle persone in grado di mobilitare adeguatamente le proprio risorse e che hanno una mentalità aperta alle "sfide" della vita e al cambiamento, il peso di tutto ciò può essere molto più basso rispetto ad altri, ma mai assente.
La differenza tra chi ha difficoltà a relazionarsi con altri e chi invece si espone anche a parlare in pubblico, è che quest'ultimo avrà certamente un po' di paura del giudizio, sarà nervoso e avrà paura di fare una brutta figura, ma è in grado di abbassare questo tipo di attivazione con pensieri razionali, del tipo: "Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Di sicuro questa esperienza non mi ucciderà. E se il pubblico dovesse ridere? Pazienza, non è un vero danno. E se mi tremasse la voce? Che tremi pure, mi fermerò qualche secondo e prima o poi mi calmerò. E se non dovessi riuscirci? Beh, nessuno è perfetto, e io non sono sicuramente Superman!"
Le persone che riescono a essere serene e avere successo non danno molto peso agli imprevisti, accettano che le difficoltà possano sempre esserci e sono ben disposti a confrontarsi con esse e uscirne vincenti, e se ciò non dovesse accadere, ritenteranno.
È importante chiedersi: quali obiettivi voglio raggiungere? Come posso vivere più serenamente? Sono disposto ad affrontare le mie difficoltà, a impegnarmi e cambiare, o voglio rimanere nella condizione in cui mi trovo?
I fattori che ci bloccano, rispetto al cambiamento, sono principalmente:
- Paura di uscire dalla nostra zona di comfort, cioè di rompere uno stato di equilibrio che, anche se insoddisfacente, riusciamo a tollerare.
- Paura di dover soffrire ulteriormente per poter cambiare.
- Convinzioni irrazionali che ci impediscono di fronteggiare i problemi.
- valutare la situazione individuale
- stabilire gli obiettivi che si vogliono raggiungere (trovare un/a partner o amici, uscire di casa, guidare la macchina o prendere l'aereo, comunicare in maniera decisa a lavoro, o con le persone, ottenere una promozione, fare un viaggio),
- analizzare i vari aspetti che impediscono alla persona di raggiungere tali obiettivi
- stabilire degli step graduali da percorrere
- raggiungere gli obiettivi prefissati o stabilire obiettivi alternativi
Psicologo: luoghi comuni e falsi miti
La figura professionale dello psicologo, in passato avvolta da mistero e scetticismo, è oramai riconosciuta e il suo lavoro è apprezzato in diversi ambiti: non solo nella clinica della salute mentale, ma persino nella preparazione sportiva di atleti professionisti, nella ricerca e intervento in ambito sociale e comunitario, in marketing e pubblicità, ecc.
Cosa fa lo psicologo clinico? Si occupa del benessere e della salute mentale delle persone.
Nello specifico, lo psicologo clinico è colui (o colei) che si occupa di promuovere uno stile di vita sano, e prevenire il disagio psichico, attraverso l'assistenza, il sostegno, la consulenza psicologica, ecc. Questo significa che non bisogna essere "matti" per rivolgersi a uno psicologo, né bisogna aspettare di "essere a pezzi"! Proprio perché lo scopo dello psicologo è intervenire prima che si verifichi un disturbo, e non solo il trattamento di una difficoltà già radicata.
Veniamo ad alcuni miti circa il lavoro dello psicologo.
- Lo psicologo ti dice cosa fare, come comportarti.
Sbagliato! Uno psicologo non può consigliare, per esempio, di sposare o lasciare il partner, di fare un investimento, ecc.
Le scelte spettano al singolo. Lo psicologo aiuta la persona a mettere in atto delle strategie adeguate, che permettano di analizzare con chiarezza le situazioni e favoriscano il processo di scelta. Molte persone si sentono "bloccate" davanti a una scelta di vita, e provano emozioni molto forti che spesso possono portare a compiere scelte azzardate o a non scegliere affatto.
Lo psicologo aiuta le persone a comprendere il proprio funzionamento, quali sono le cause delle emozioni, quali sono i pensieri che le provocano. Con una maggiore consapevolezza di sé, le persone sono in grado, grazie a una maggiore serenità, di compiere le scelte ritenute più adeguate, e di superare le difficoltà che le bloccano. - Se vado dallo psicologo, lui "mi aggiusterà".
Alcune persone credono che lo psicologo abbia una formula magica o una bacchetta in grado di risolvere i problemi di una persona, senza che questa faccia nient'altro.
Purtroppo non è così: è importante che la persona si impegni attivamente in attività concordate in seduta (per esempio, registrare i propri pensieri), che metta in atto le strategie acquisite: in poche parole, è fondamentale che la persona si metta alla prova.
Non è facilissimo, richiede impegno costante, ma questo impegno alla fine ripagherà. - Dallo psicologo devi andarci per anni.
Non è vero.
In genere, è possibile che per alcune persone sia necessario un percorso non brevissimo, ma nella maggioranza dei casi, lo scopo è collaborare in maniera attiva per riuscire a risolvere le difficoltà nel minor tempo possibile. Non si può fare una stima precisa, dato che ogni persona è diversa: per qualcuno possono servire dieci o quindici incontri, per qualcun altro può essere necessario più tempo. Alcune persone traggono beneficio anche da sue soli incontri, che permettono loro di superare difficoltà come ansia e attacchi di panico.
È fondamentale, però, impegnarsi rispetto a quanto stabilito insieme in seduta. - I farmaci sono più utili ed economici
I farmaci sono in genere sintomatici, non risolvono il problema. Per alcune persone la combinazione di trattamento psicologico e farmacologico può essere vincente, ma lo scopo è quello di risolvere il problema senza dover ricorrere al farmaco.
Il trattamento psicologico permette di stare bene con le proprie forze, così da essere in grado di cavarsela in ogni situazione.
Bisogna specificare che, in caso di disturbi psichiatrici, come per esempio la schizofrenia, i farmaci sono un aiuto indispensabile, e permettono di garantire un benessere e un buon stile di vita altrimenti difficile da raggiungere. - Bisogna sdraiarsi sul lettino
È un luogo comune, solo alcuni psicoanalisti lo prevedono.
In genere, ci si siede uno davanti all'altro, in alcuni casi lo psicologo può stare dietro la scrivania. Spesso si ricorre a carta e penna per scrivere, fare esempi, o persino computer o tablet per vedere video o altri contenuti utili! - Bisogna raccontare i sogniAnche in questo caso, solo alcuni psicologi, gli psicoanalisti, si occupano dell'interpretazione dei sogni. Non è fondamentale, anzi, molti psicologi si astengono da questa tecnica e preferiscono adottare metodologie scientificamente valide.
- E se la causa delle mie difficoltà fosse di tipo fisico, non psicologico?
Disfunzioni della tiroide, periodo pre-mestruale, gravidanza: su internet si legge di tutto, ma una cosa è certa: nella stragrande maggioranza dei casi, difficoltà come ansia o depressione non sono causate da un disturbo organico. Anzi: di solito, è il disturbo psicologico che influisce sul corpo! Si pensi alle ulcere da stress!
Le cause di una difficoltà psicologica possono essere diverse: una serie di eventi di vita particolari, una sistema famigliare difficile, un trauma, qualsiasi cosa ha influenza sulla nostra mente e può cambiare il modo in cui pensiamo e ci comportiamo. A volte ciò può anche tornare utile per l'ambiente in cui si vive, altre volte invece può essere dannoso e portare ad angoscia e sofferenza.
Non è così importante sapere come è nato il problema, l'importante è mettersi in gioco per superarlo e acquisire gli strumenti utili per affrontarlo nel caso in cui potrebbe ripresentarsi.
Quando abbiamo la febbre, per esempio, non ci chiediamo com'è potuto accadere. Riposiamo, ci idratiamo, prendiamo le medicine, e cerchiamo di far passare il malanno. Ripercorrere mentalmente i momenti in cui abbiamo potuto esporci a dei virus (amici malati, o posti affollati) non ci interessa, semplicemente perché non è utile a far passare la febbre!
Lo stesso vale per le difficoltà psicologiche: in seduta si impara il funzionamento della mente e del comportamento, le strategie per far fronte al problema, e fuori ci si impegna per superarlo.
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