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Il sé concettualizzato

 



💭 Che immagine hai di te stesso? E pensi sia oggettiva? Il sé concettualizzato è un po' questo, ma anche tanto altro: spesso ci blocca dal fare le cose nella vita. Lo racconto sinteticamente in questo video, con qualche esempio.

🎥 Il video è disponibile anche su:
- YouTube: https://youtu.be/GdyFZYGInWY
- IG 📷 @federicorussopsi
- FB 👥 @federicorussopsicologo

Non c'è niente di nobile nell'essere superiore ad altri.


Confrontarsi con gli altri con rivalità può portare solamente a una spirale di angoscia: ci sarà sempre qualcuno più bello, più ricco, più potente, più famoso... E ciò non implica che sia necessariamente felice.
Impegnarsi a cambiare, a crescere, è la vera sfida che può ripagare con felicità per i propri progressi e rendere la vita davvero significativa.


🖼 Pic credits @mattchardy

Essere schiavo delle opinioni altrui


In nessun modo i pareri altrui (per esempio una critica non chiesta o una mortificazione) possono influire sulla tua vita, a meno che non sia tu a permetterlo (credendoci o auto-colpevolizzandoti). Sebbene sia spesso una reazione automatica, con un buon training è possibile riconquistare la propria autonomia decisionale e compiere scelte proprie e consapevoli, senza piegarsi al volere altrui.

Bruttezza e inadeguatezza: convinzioni irrazionali che possono rovinare la vita


Qui il video: https://youtu.be/t8JLvckJcb8
Molti di noi si sentono brutti. O, al limite, "non abbastanza belli". Addirittura, c'è chi si dà un voto (come nel video: "Sotto il 7 non è vita").
In alcuni casi, però, l'insoddisfazione per il proprio aspetto può acutizzarsi e cronicizzarsi, diventa una specie di ossessione che rende la vita un inferno fatto di vergogna, rabbia e frustrazione.
Queste convinzioni nascono da ragionamenti fallaci basati su esperienze di vita spiacevoli: non serve nemmeno sperimentare una vera e propria delusione diretta, come un'aperta critica verso il proprio aspetto fisico. Può bastare anche la sola apparente percezione di rifiuto o svalutazione, per innescare un meccanismo autosvalutante.
Per esempio, in una festa ci si può sentire inadeguati perché non si conosce nessuno, e i pochi amici si uniscono in gruppi di persone nuove con cui si ha timore di entrare in contatto, per paura di sembrare stupidi, goffi, noiosi, ecc.
Tutto ciò avviene nella mente: sono solo assunzioni, ipotesi che il più delle volte non vengono confermate. E l'evitamento porta solo a una conferma di queste assunzioni sbagliate, arrivando al punto che si rifiuta qualsiasi disconferma esterna (nel servizio del programma Rai, verso la fine, il giornalista dice a Fabio 'Barbafissa': "Tu non sei brutto", ma quest'ultimo fa spallucce e risponde: "Ognuno si percepisce a modo proprio").
Valutazioni erronee di questo tipo possono portare anche a sviluppare una dismorfofobia, una eccessiva e irrazionale preoccupazione per il proprio aspetto corporeo (può riguardare uno o più caratteristiche fisiche: nel video, si parla delle dimensioni del polso, "poco mascolino" se piccolo, o addirittura dei capelli!). Nei casi più gravi, non si esce nemmeno di casa per evitare ulteriore dolore.
Chi sperimenta questo tipo di condizione soffre profondamente, una sofferenza che si riaccende in varie situazioni sociali che, per questo motivo, vengono spesso evitate (lavorare in contesti di gruppo o con altre persone, prendere i mezzi pubblici, fare la fila alla posta, andare a lezione a scuola o all'università, ecc.).
Come per la maggior parte delle difficoltà psicologiche, capita che chi presenta questo tipo di difficoltà non riceva comprensione, sostegno e aiuto da parte di altri ma, al contrario, critiche, accuse, offese, o incoraggiamenti verso un ragionamento erroneo, che non fanno altro che peggiorare la condizione.
Ne sono un esempio alcuni commenti al video:



È importante rivolgersi a un professionista per poter uscire da questo carcere di sofferenza e inadeguatezza, così da poter ritornare a godere delle relazioni e della quotidianità, che il senso di inadeguatezza impedisce di vivere in maniera soddisfacente.

Hai il diritto di dire 'no' senza sentirti in colpa


Quante volte, per paura di sembrare maleducati o di ferire l’altra persona, abbiamo detto “sì” sacrificando in realtà le nostre effettive intenzioni? Per esempio accettare di uscire, proprio quella sera in cui siamo stanchi e vorremmo rimanere a casa a vedere quel film che abbiamo rimandato da tempo. O accettare a svolgere un compito che non spetta a noi e che non vorremmo fare. O rimanere a lavoro ben oltre l’orario stabilito contrariamente alla nostra volontà e all’effettiva necessità.
A spingerci a dire “sì” quando non vorremmo è in genere la paura e il senso di colpa. La paura di essere rifiutati e svalutati dall’altro, il senso di colpa per aver causato disagio con la nostra indisponibilità. La tentazione a essere accondiscendenti è forte, e i sentimenti di paura e colpa sono così forti da avere spesso la meglio. Com’è possibile sfuggire a questa “trappola” della mente? Il primo passo è esserne consapevoli.
Chiediamoci: voglio davvero acconsentire? Sto facendo un favore, un regalo altruistico, o voglio solo evitare uno stato d’animo spiacevole? È importante sperimentare questo stato d’animo nonostante possa portarci sofferenza, sforzarsi di dire “no” e dare importanza anche e soprattutto ai nostri interessi, piuttosto che favorire unicamente quelli altrui, e riappropriarci così della nostra vita.

La paura del fallimento e l'ansia del successo


Viviamo in una società con convinzioni irrazionali ben radicate, di cui spesso non siamo consapevoli ma verso le quali tendiamo a piegarci. Il successo a tutti i costi è uno di questi. La verità è che “avere successo” nella vita non solo è facoltativo, ma è anche relativo. Cosa significa avere successo? Chi decide cosa sia encomiabile e cosa sia deprecabile?
 Fin da piccoli, spesso i genitori tendono a rinforzare il risultato finale più che la prestazione. La maggior parte delle volte, per esempio, i premi e i complimenti dipendono unicamente dal voto ottenuto a scuola, piuttosto che dall’impegno dato nello studio o dall’effettiva conoscenza acquisita.
Il successo viene quindi collegato alla piacevolezza: una persona che ha successo ottiene premi e stima dagli altri. Chi fallisce, invece, non riceve questo tipo di trattamento, o peggio, teme di poter ricevere disprezzo o indifferenza.
Ma cos’è il successo? A seconda dell'ambiente in cui si vive, il successo può assumere diverse forme: in una cultura tradizionalista, per esempio, sposarsi e avere figli può essere ritenuto un successo, e rimanere single in età avanzata invece può essere ritenuto un fallimento. Una persona che crescendo in una famiglia con questi valori dovesse rimanere single a cinquant'anni, potrebbe molto probabilmente vivere con ansia questa situazione e avvertire la pressione sociale. Talvolta queste convinzioni non sono totalmente condivise dalla persona, che però si sente in dovere di realizzarle in funzione delle aspettative sociali.
Guadagnare molti soldi, occupare una posizione di rilievo, possedere oggetti costosi, sono obiettivi che nella nostra società rappresentano un successo, ma secondo una visione rigida e irrazionale della realtà. Per esempio, guadagnare molti soldi implica, nella maggior parte dei casi, un dispendio di tempo ed energie che può venire sottratto alle attività piacevoli: non necessariamente, quindi, una persona che guadagna molto sarà più felice di una che guadagna di meno! Avere una famiglia può essere motivo di gratificazione e felicità per qualcuno, ma qualcun altro potrebbe trarre più piacere dal dedicarsi a sé stesso e sentirsi invece limitato dalle responsabilità civili che derivano dall’educazione e sostentamento dei figli: questo non significa essere “egoisti”, ma avere semplicemente obiettivi diversi e fonti di gratificazione diverse, per cui né una persona né l’altra possono essere giudicati né tantomeno colpevolizzati per questo. È importante avere degli obiettivi, così come raggiungerli: ciò ci motiva a perseguire i nostri interessi, aumenta la nostra autostima, migliora la qualità della nostra vita. Ma è importante che questi obiettivi siano realistici, e che siano importanti per noi prima di tutto, e non solo o per gli altri.

Il giudice supremo del tuo comportamento sei tu stesso

Essere schiavi dei giudizi altrui è un po’ come essere una bandiera, sballottata da una parte all’altra dal vento: non si trova mai una direzione e qualsiasi scelta non sarà mai giusta. Ci si sente tristi e arrabbiati perché ogni comportamento non sarà mai adeguato, si è portati a pensare di sbagliare ogni volta, di non essere mai all’altezza, di non farne mai una giusta. E l’autostima, di conseguenza, cade, così come la fiducia in sé.
È giusto valutare le opinioni altrui e valutarne i suggerimenti, ma la decisione del nostro comportamento spetta solo a noi e nessuno ha il diritto di giudicarlo. Siamo noi i responsabili della nostra crescita personale, che procede naturalmente per tentativi ed errori.

Ma gli altri come fanno?

Molte persone che arrivano in visita da uno psicologo ed espongono le loro difficoltà tendono a chiedere (a sé stessi e non solo): "Ma gli altri come fanno?"
Chi, a causa della propria ansia intensa, tende a evitare posti affollati, eventi, responsabilità, si ritrova in una specie di prigione: la sicurezza della propria casa, ma guai a stare da soli! Dev'esserci sempre qualcuno, perché "non si sa mai, dovessi sentirmi male..."
Chi ha un umore depresso trova difficilissimo compiere le attività quotidiane, a cominciare dallo scendere dal letto, e tutto sembra faticoso, insuperabile. Da questa prospettiva, si finisce inevitabilmente per cadere nello sconforto quando ci si paragona ad amici o colleghi che riescono a fare le stesse cose con molta facilità, e in aggiunta si impegnano in attività ulteriori (praticano sport, volontariato, secondi lavori, provvedono alla famiglia, ottengono promozioni, fanno viaggi, ecc.). Tutto ciò porta a pensare: "Come riescono a fare queste cose che per me sono impossibili?"
Chi è molto timido, ha paura del giudizio altrui, ha difficoltà a fare amicizia, conoscere persone, trovare un/a partner, svolgere attività di gruppo, guarda le altre persone, in compagnia, circondati da amici o conoscenti, e si chiede: "Perché a loro riesce così facile? Com'è possibile che per me sia così difficile instaurare un rapporto con un'altra persona? Come fanno gli altri a uscire ogni sera e divertirsi, quando io non riesco a prendere un caffè neanche con un collega di lavoro o balbetto appena provo a rivolgere la parola un/a ragazzo/a?"
Purtroppo, quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica da cui non si riesce a uscire, si è portati a una conclusione sbagliata:
Se le persone riescono a fare ciò che io non riesco a fare, o che non ho la forza di affrontare, significa che c'è qualcosa che non va in me. Sono diverso. Sono più debole degli altri. Non sarò mai in grado di vivere felice.
È facile autosvalutarsi quando si tende a vedere il mondo con le lenti del nostro umore. Se si prova ansia, tutto sembrerà minaccioso e imprevedibile. Se si prova intensa tristezza, tutto sarà terribile, difficile, e finirà per il peggio. Quando si prova vergogna e paura del giudizio altrui, le altre persone sembreranno cattive e irraggiungibili.
Per poter uscire da questo vortice di pensieri irrazionali, è importante avere a mente una cosa: le nostre difficoltà non sono uniche, non sono solo nostre: le altre persone non sono affatto così diverse. Tutti condividiamo le stesse paure, le stesse preoccupazioni, le stesse afflizioni. Semplicemente, in ciascuno di noi alcune di queste cose hanno un peso diverso e, nelle persone in grado di mobilitare adeguatamente le proprio risorse e che hanno una mentalità aperta alle "sfide" della vita e al cambiamento, il peso di tutto ciò può essere molto più basso rispetto ad altri, ma mai assente. 
 La differenza tra chi ha difficoltà a relazionarsi con altri e chi invece si espone anche a parlare in pubblico, è che quest'ultimo avrà certamente un po' di paura del giudizio, sarà nervoso e avrà paura di fare una brutta figura, ma è in grado di abbassare questo tipo di attivazione con pensieri razionali, del tipo: "Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Di sicuro questa esperienza non mi ucciderà. E se il pubblico dovesse ridere? Pazienza, non è un vero danno. E se mi tremasse la voce? Che tremi pure, mi fermerò qualche secondo e prima o poi mi calmerò. E se non dovessi riuscirci? Beh, nessuno è perfetto, e io non sono sicuramente Superman!"
Le persone che riescono a essere serene e avere successo non danno molto peso agli imprevisti, accettano che le difficoltà possano sempre esserci e sono ben disposti a confrontarsi con esse e uscirne vincenti, e se ciò non dovesse accadere, ritenteranno.
È importante chiedersi: quali obiettivi voglio raggiungere? Come posso vivere più serenamente? Sono disposto ad affrontare le mie difficoltà, a impegnarmi e cambiare, o voglio rimanere nella condizione in cui mi trovo?
I fattori che ci bloccano, rispetto al cambiamento, sono principalmente:
  1. Paura di uscire dalla nostra zona di comfort, cioè di rompere uno stato di equilibrio che, anche se insoddisfacente, riusciamo a tollerare.
  2. Paura di dover soffrire ulteriormente per poter cambiare.
  3. Convinzioni irrazionali che ci impediscono di fronteggiare i problemi.
Attraverso un aiuto professionale, è possibile:
  • valutare la situazione individuale
  • stabilire gli obiettivi che si vogliono raggiungere (trovare un/a partner o amici, uscire di casa, guidare la macchina o prendere l'aereo, comunicare in maniera decisa a lavoro, o con le persone, ottenere una promozione, fare un viaggio),  
  • analizzare i vari aspetti che impediscono alla persona di raggiungere tali obiettivi
  • stabilire degli step graduali da percorrere
  • raggiungere gli obiettivi prefissati o stabilire obiettivi alternativi

Vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo: la sindrome da spiaggia

L'importanza che le persone di solito danno all'aspetto del proprio corpo non è così alta, finché non arriva l'estate, il periodo in cui, sotto la pressione sociale e ambientale, si è "costretti" a esibirlo in spiaggia o all'aperto.
Immediatamente arrivano i rimorsi: "Avrei dovuto mangiare meno", "avrei dovuto fare più attività", "dovrei cominciare a correre". Inevitabile è anche la percezione negativa del proprio corpo, troppo grasso, troppo magro, poco muscoloso, poco sodo, troppo pallido.
Che la percezione del proprio aspetto sia accurata o alterata da aspettative irrealistiche, in alcuni può insorgere una tristezza e un'angoscia che potrebbe poi ripercuotersi sulla propria autostima, e sfociare in una costante angoscia dominata da pensieri del tipo: "Non sono bello come gli altri, quindi non valgo", "Non sono all'altezza di ... perché non ho il fisico giusto", "Qui sono fuori posto, non sono come gli altri".

Comportamenti a rischio: a cosa fare attenzione
Alcuni possono reagire iniziando un'intensa attività fisica: fare sport è sempre salutare, ma se la motivazione è prettamente estetica e finalizzata alla spiaggia, c'è il pericolo di esagerare, compromettere la propria salute, e non raggiungere il risultato estetico sperato, di solito troppo elevato e impensabile da raggiungere in un paio di mesi.

Altre persone potrebbero reagire in maniera opposta. Invece di impegnarsi a cambiare il proprio aspetto, si affliggono e si considerano "spacciati", fanno false previsioni secondo cui "non riusciranno mai" a cambiare il proprio aspetto. Continuano a mangiare in maniera inadeguata, trascurando quindi un'alimentazione salutare, che non andrebbe seguita solo in vista dell'estate ma che dovrebbe far parte dello stile di vita. 
Ancora, potrebbero svalutarsi totalmente solo in funzione del proprio peso o del proprio aspetto. Questo è ovviamente un errore: noi non siamo il nostro peso, siamo ovviamente molto di più, e non è possibile svalutarsi solo in relazione a un mero numero

Utili strategie per affrontare queste situazioni
È importante, prima di tutto, dare una priorità alle cose.
Se il proprio aspetto comporta anche delle problematiche mediche, come l'obesità (che può portare a problemi cardiovascolari, diabete, ecc.), allora è opportuno che la salute sia l'obiettivo principale. Ponendosi questo come "traguardo", e impegnandosi per raggiungerlo, la preoccupazione circa l'aspetto fisico verrà meno, e anche il senso di inadeguatezza potrà essere "sopportato" per un obiettivo di ordine più elevato.
Se invece non ci sono complicanze mediche ma solo inestetismi, si può adottare un approccio di problem solving del tipo:
È modificabile? 
1) Se sì, allora si può anche valutare un intervento appropriato, che sia di tipo estetico o anche uno specifico programma sportivo.
2) Se no, chiediamoci: affliggersi e rimproverarsi per qualcosa di cui non si ha controllo, in che maniera può cambiare la situazione? Molto probabilmente in nessuna. Evitare di esporre l'area "incriminata" può essere una soluzione, ma se tale soluzione non è realizzabile o si traduce per esempio nel fare il bagno in t-shirt, o addirittura declinare qualsiasi invito pur di non vivere quell'angoscia, allora questo significa che tali strategie portano la persona a isolarsi o a vivere con difficoltà qualsiasi situazione che possa mettere in vista l'inestetismo.

Un modo più realistico e benefico di pensare, se si ha un inestetismo non modificabile, è prenderne atto e accettarlo. "Sì, ho questo inestetismo, non posso modificarlo e non ho alcuna responsabilità o controllo rispetto ad esso. Ciò nonostante, l'inestetismo non mi rappresenta come persona, è solo uno degli aspetti che mi caratterizzano, e di certo non è un motivo sufficiente per impedirmi di vivere la vita con serenità e soddisfazione."